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Ho ucciso Andy Warhol

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Il poliziotto seduto si spazientisce, con un pugno colpisce prepotentemente il tavolo. La donna che si trova al lato opposto è furibonda, il suo volto è contratto in una smorfia d’odio. L’uomo, in attesa di conoscere il suo nome, viene colpito da uno sputo mentre Valerie Solanas, che ha appena confessato un omicidio, scoppia in una trionfante risata isterica. Si tratta di una mina vagante, una folle “vagabonda” che il 3 giugno 1968 attenta alla vita di Andy Warhol e del suo collaboratore Mario Amaya, sparando tre colpi di pistola nell’atrio della Factory. È convinta che l’artista abbia complottato contro di lei, prima impossessandosi del suo brillante dramma teatrale, poi rifiutandosi di produrlo nel tentativo di annullare ciò che era riuscita a fare per la liberazione delle donne. Valerie, riprendendo le tesi del suo SCUM Manifesto, sferra un attacco alla cultura patriarcale. Vuole condurre le “femmine dotate di spirito civico” alla “riconquista dei diritti e della parità dei generi”. Dopo due giorni trascorsi in una cella particolarmente fredda e buia, viene condotta in una stanza dove ad attenderla si trova una neuropsichiatra. Valerie Solanas non sente ragioni, è convinta che Andy Warhol stesse controllando la sua vita. “È riuscito a vendere alla gente quello che la gente aveva già, ma non sapeva di avere. Con indifferenza ha guardato una a una le sue superstar cadere nell’abisso di droghe, depressione e follia”. La dottoressa osserva la donna con aria preoccupata. La informa che l’artista si trova in ospedale, è grave ma non è morto. Valerie, profondamente turbata, tenta di ricostruire i concitati momenti che hanno preceduto l’accaduto. È in cerca dei suoi quindici minuti di celebrità oppure è semplicemente una donna disturbata? Una cosa è certa, ha mancato il bersaglio. “Mi dispiace: spero che muoia”…

Geniale icona pop o abile burattinaio? Chi era davvero Andy Warhol? Un profeta visionario tra i più significativi precursori dell’arte contemporanea oppure, come hanno sostenuto in molti, un astuto sfruttatore delle fragilità altrui che amava circondarsi di persone votate all’autodistruzione? Giovanna Strano è una grandissima appassionata di arti figurative. Dirigente scolastico, pubblicista e giornalista, scrive su riviste d’attualità e diverse sue opere letterarie hanno riscosso consensi e riconoscimenti. Ho ucciso Andy Warhol è frutto di un percorso formativo ricco di letture, ricerche e visite a svariate mostre dedicate all’artista. Un libro accessibile ad un pubblico ampio, come precisa la Strano in un’intervista per la “Gazzetta di Parma”: “È indirizzato specificatamente ai giovani e agli appassionati di storia dell’arte perché, purtroppo, le persone più anziane faticano ad apprezzare l’arte contemporanea. Mi piacerebbe molto, però, che, attraverso la lettura, chiunque possa imparare a capire meglio quest’arte e ad amarla, come è accaduto a me”. Un romanzo dai risvolti gialli, basato su fatti di cronaca realmente accaduti. Siamo nell’America dei “meravigliosi e crudeli” anni Sessanta, quella della moda frivola e del grande boom economico. La produzione standardizzata di massa offre prodotti a prezzi sempre più accessibili e i comportamenti di consumo cambiano radicalmente, così come si modificano anche i canoni estetici e i linguaggi artistici, inevitabilmente inscindibili dai tumulti sociali. In questo contesto storico senza eguali, esplode il fenomeno del cinema underground e della Pop Art di Andy Warhol. Così, i noti ritratti di Marilyn Monroe, Liz Taylor, Jackie Kennedy, Elvis Presley e Mao Tse Tung divengono “icone di consumismo”, privati della loro personale unicità al pari delle leggendarie scatole di Campbell’s Soup, delle bottiglie di Coca Cola e delle Brillo Boxes. Warhol ambiva a trasformarsi in una macchina, un mero traduttore di immagini. Utilizzando la serigrafia e la ripetizione, svuotava il segno del suo significato poiché “la serialità permetteva di cancellare la risposta emotiva all’immagine”. Solo così riusciva a tollerare la paura del dolore, della perdita ma soprattutto della mancata accettazione di sé. Nato in un quartiere difficile a Pittsburgh, in Pennsylvania, e proveniente da una povera famiglia di immigrati cecoslovacchi, Warhol ha decisamente stravolto i canoni tradizionalmente accettati portando “l’estetica dell’effimero nell’arte”. La lettura è scorrevole e piacevole, un interessante approfondimento sui cambiamenti sociali dell’epoca, sulla pluralità di aneddoti, voci e personaggi, spesso emotivamente instabili, che gravitavano attorno al celebre Maestro e alla sua estrosa Factory. È il personaggio di Andy Warhol a raccontarsi in prima persona suscitando autentico interesse. Per gli appassionati d’arte contemporanea risulta immediato il desiderio di provare a scavare oltre l’icona del grande mito, oltre l’eccedenza del colore, alla ricerca di quel senso che l’artista stesso ha sempre intenzionalmente omesso. Molti hanno cercato di capire chi fosse realmente Andy Warhol, lui avrebbe risposto: “Che ve ne frega!? Chi sono? Non lo so neanche io”.