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Hocus pocus

Hocus pocus

Siamo in un 2001 alternativo. Eugene Debs Hartke si chiama così in onore di Eugene Debs, il sindacalista socialista candidatosi diverse volte alla presidenza degli Stati Uniti d’America e morto nel 1926. Contrariamente a quello che avrebbe desiderato suo nonno Benjamin – un bidello idealista che ha preteso che al nipote fosse dato il nome del suo idolo politico – Eugene non è certo un liberal pacifista. Ha frequentato l’Accademia militare di West Point, per quattordici anni è stato un militare di carriera e ha fatto la guerra del Vietnam. In realtà avrebbe voluto fare il giornalista, iscriversi all’Università del Michigan, frequentare Lettere o magari Scienze Politiche. O meglio ancora il pianista jazz. Ma suo padre – “ingegnere chimico che si occupa della fabbricazione di materie plastiche semieterne”, uomo “pieno di cacca come un tacchino di Natale” – ha deciso che sarebbe dovuto andare a West Point. Aveva bisogno di qualcosa di cui vantarsi con i vicini di casa e al lavoro, probabilmente. “Questa è una grande opportunità”, gli ha detto suo padre quando – dopo esser stato sbattuto fuori dalle finali interconteali di Cleveland della Fiera della Scienza scolastica proprio per colpa del padre, che lo aveva convinto a barare – Eugene si è imbattuto per caso nel Tenente Colonnello Sam Wakefield, inviato alla Fiera per trovare reclute fresche di liceo. Non è stata la prima trappola in cui è caduto Eugene: appena uscito dall’Accademia ha incontrato la graziosa Margaret Patton, che solo dopo averlo sposato e avergli dato due figli lo ha avvertito che nella sua famiglia c’erano diversi casi di pazzia. E infatti sua suocera – che vive con loro – è diventata pazza, e anche sua moglie. Eugene, dopo aver fatto la guerra del Vietnam, aver lasciato l’esercito, esser diventato insegnante al Tarkington College nella regione dei Finger Lakes nello stato di New York, esser stato licenziato per condotta sessuale non ortodossa, aver trovato impiego alla prigione di Stato dall’altra parte del lago Mohica, ora vive con due pazze…

Gli Stati Uniti del 2001 immaginato da Kurt Vonnegut jr. nel 1990, anno di pubblicazione di questo romanzo, vivono un malinconico, straccione declino. La benzina è quasi introvabile, le spese mediche inavvicinabili per la stragrande maggioranza della popolazione, quasi tutte le aziende e le istituzioni sono proprietà di multinazionali straniere, tubercolosi e AIDS sono endemici, in molti Stati vige la legge marziale. Le libertà costituzionali sono un’illusione ormai, ma paradossalmente in qualunque ambito sono previste leggi che tutelano la multirazzialità. Ma come si è arrivati a tutto questo? Vonnegut immagina che il narratore, chiuso nella prigione in cui prima lavorava perché accusato di complicità in una grave rivolta carceraria, ripercorra in flashback (scrivendo fitto fitto su tutta la carta che trova) tutta la sua vita ma anche la storia recente del suo Paese, tra realtà e finzione. Un amaro pessimismo permea i quaranta capitoli, nei quali non mancano inside joke (ci sono una Patton, un Arthur Clarke, un Updike, un Darwin che non sono né generali né scrittori né naturalisti e ad un certo punto il protagonista realizza, in una grottesca epifania, che nella vita ha ucciso e scopato lo stesso numero di persone) e trovate letterarie ingegnose. Lo stile è quello classico di Vonnegut, che parte da stilemi tipici della science-fiction per poi declinarla con un approccio da letteratura postmoderna, come se – per capirci – Edgar L. Doctorow partisse da un canovaccio scritto da Robert Sheckley. Ma Hocus Pocus ha persino qualcosa in più, e non è facile: contiene un intero memoir sul Vietnam, un intero noir carcerario… e ha anche il dono della profezia.