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Holly

Holly

Il 17 ottobre 2012 è l’ultimo giorno della vita di Jorge Castro, insegnante di scrittura creativa e letteratura latino-americana. Ma lui, ovviamente, non lo sa. Questa serata è molto poco autunnale, non fa freddo e solamente la leggera pioggerellina sembra trovarsi al posto giusto sul calendario. Non sono però due gocce d’acqua a fermare Jorge che, giunto ormai alla soglia dei quarant’anni, sa che deve sforzarsi un po’ più della media per mantenersi in forma. Non crede a quell’adagio sciocco per cui, secondo i soliti beninformati, i quaranta sono i nuovi venticinque, e allora eccolo lì, a correre sul Deerfield Park, per la sua solita corsetta. Mattina ginnastica; sera corsa. Senza esagerare, ma con metodo e dedizione. Nel tragitto incontra l’anziana poetessa Olivia Kingsbury, di un’età indefinita e indefinibile, seduta su una panchina e immersa in percorsi di pensiero impossibili da decifrare. Una volta giunto all’area giochi – ormai deserta – e in prossimità del parcheggio, un furgone, contrassegnato da una targa bianca e azzurra e dal logo di una sedia a rotelle, attira la sua attenzione. In prossimità del veicolo armeggia una donna, che immediatamente riesce a riconoscere come Emily Harris, insegnante o, data l’età, più probabilmente ex-insegnante di letteratura inglese. Sulla sedia a rotelle, invece, un uomo, verosimilmente Rodney Harris, il marito. Jorge non era al corrente che Rodney, anch’egli un professore, fosse invalido ma, visto l’implacabile galoppare degli anni, poteva anche esserlo diventato da poco. I due hanno un problema: la batteria è scarica e hanno bisogno di olio di gomito per caricare la carrozzina sul furgone. Neanche il tempo di offrire il proprio aiuto che, durante le operazioni di carico, Jorge Castro avverte un forte dolore alla nuca. Un dolore acuto e localizzato, simile alla puntura di un insetto gigante. Non ha tempo di interrogarsi su quale scherzo della natura alato l’abbia colpito che stramazza nel furgone, perdendo i sensi. Immediatamente, Rodney Harris salta su dalla sedia a rotelle e, assieme alla moglie, chiude il portellone del furgone, ripartendo senza lasciare traccia. La loro prima volta. La prima di tante altre ...

L’ultima fatica di Stephen King, un thriller puro e geometrico, pone al centro della scena, sin dal titolo, la sua protagonista: la detective privata Holly Gibney. L’attenzione rivolta dal Re del Brivido ai personaggi femminili è da sempre molto alta e nella sua sterminata produzione è capitato spesso di vedere intere opere intitolate come le loro protagoniste. Tuttavia, a differenza delle altre (basti pensare a Carrie o Dolores Claiborne), Holly non è entrata prepotentemente nell’arco narrativo ma si è fatta spazio a poco a poco tra le pagine delle ultime opere di King, esordendo da comprimaria nella trilogia di Mr. Mercedes e arrivando a prendersi la scena in The Outsider e, soprattutto, nel racconto lungo Se scorre il sangue, tratto dall’omonima raccolta. La Holly che incontriamo oggi è finalmente un personaggio solido e risoluto ma, allo stesso tempo, in continua evoluzione. Stavolta è alle prese con una certa ansia da COVID-19 – giustificata dalla morte della madre, negazionista di ferro – e con la misteriosa scomparsa di una ragazza, apparentemente volatilizzatasi nel nulla. Il romanzo, che oscilla su un pendolo narrativo che va dal 2012 al 2021, presenta le caratteristiche classiche del thriller: una scia di rapimenti/omicidi; un’indagine articolata; l’alternanza di punti di vista tra la protagonista e la feroce coppia di antagonisti e la consueta partita a scacchi fra il bene e il male, che culminerà nella resa dei conti finale. A fare da cornice al collaudato schema, l’attento sguardo di King alla società statunitense, agitata da fermenti sociali e ulteriormente divisa dalla gestione della pandemia da COVID-19. I riferimenti, ripetitivi al punto da risultare ossessivi, sull’uso/non uso della mascherina da parte dei personaggi, e i commenti viva voce sull’attualità, dilaniata da asperità che alimentano il fuoco dell’infodemia, raccontano meglio di qualsiasi documentario la condizione di incertezza e disgregazione che ha vissuto il mondo intero nel periodo più duro della sua recente esistenza. Tuttavia, non bisogna dimenticare che, al di là del quadro ambientale, Holly è perlopiù un thriller e che, in quanto tale, funziona e inquieta, soprattutto grazie agli anziani coniugi Harris, feroci antagonisti che, in nome della pseudoscienza, cercano di trovare cure alternative agli acciacchi della vecchiaia cibandosi delle proprie giovani vittime. Gli Harris incarnano il cuore malato che spesso si cela dietro una facciata di innocua normalità: psicopatici autentici ma dai modi gentili, insospettabili assassini che rimandano un po’ al male di matrice fiabesca – alla Hänsel e Gretel – e un po’ a quello autentico e macabro delle pagine di nera (Jeffrey Dahmer e affini). Sulle loro tracce il personaggio di Holly Gibney, nel complesso riuscito, di tanto in tanto tradisce un po’ di fiatone sulla lunga distanza del romanzo di cinquecento pagine e l’ausilio fornitole dai fratelli Jerome e Barbara Robinson, con le loro vicissitudini rispettivamente di scrittore e poetessa promettenti, non è dei più brillanti. In ogni caso ciò non è sufficiente a disinnescare un meccanismo dove, oltre al collaudatissimo mestiere, il Re dimostra ancora una volta di aver qualcosa da dire. Il classico finale aperto, tipico delle saghe poliziesche, non chiude la porta a ulteriori avventure di questa giovane detective sui generis e, alla luce di quanto visto soprattutto in questa prova, non è detto che sia un male seguire da vicino nuovi casi dell’agenzia Finders Keepers.