Washington, lunedì 26 febbraio 1917. William Randolph Hearst, potente editore di giornali e da poco anche produttore cinematografico, si fa annunciare in gran segreto nell’ufficio di Blaise Delacroix Sanford, proprietario e coeditore del “Washington Tribune” insieme alla sorellastra Caroline. Hearst si accomoda su una fragile poltroncina Biedermeier che sotto il suo peso si sfascia, facendolo cadere a terra. L’uomo si rialza senza scomporsi, si scrolla via i resti della sedia distrutta e si sposta su una poltrona più robusta. I due discutono del cosiddetto “telegramma Zimmermann”, intercettato e trasmesso segretamente al presidente Woodrow Wilson il 24 febbraio: nel documento il ministro degli Esteri tedesco Arthur Zimmermann proporrebbe un’alleanza al Messico contro gli Stati Uniti nel caso in cui Washington entrasse in guerra contro la Germania, promettendogli in cambio i territori perduti di Texas, Nuovo Messico e Arizona. Sia Hearst sia Blaise sospettano che si tratti di un falso, forse orchestrato dal Foreign Office britannico o dal procuratore generale Gregory per spingere Wilson verso l’intervento. Hearst, che si dichiara neutralista, riferisce anche il pettegolezzo secondo cui l’ambasciatore tedesco Bernstorff sarebbe stato l’amante della signora Wilson. Il segretario Trimble interrompe la discussione per annunciare che, quel giorno, Wilson chiederà al Congresso una “neutralità armata” e non la guerra. La conversazione scivola poi sul nuovo film di grande successo prodotto da Hearst, e sul suo progetto di fondare una compagnia cinematografica ad Harlem, per cui chiede a Blaise di diventare socio; Blaise resta prudente. Hearst rivela anche di voler acquistare un giornale di Washington e di puntare a una futura candidatura politica nel 1920. I due concludono che il telegramma è probabilmente un falso, e Hearst riparte per Palm Beach, non prima di predire a Blaise che il futuro del cinema sarà a Hollywood. Intanto a Washington Jesse Smith (detto Jess), commerciante di tessuti dell’Ohio e uomo di fiducia del politico Harry Daugherty, attende nel salotto della veggente Madame Marcia, ex ballerina diventata astrologa e “consigliera di presidenti”. Arriva la “duchessa”, ovvero Florence Kling, moglie di un importante uomo politico dell’Ohio di cui non viene fatto il nome per discrezione. Madame Marcia le legge l’oroscopo del marito, nato il 2 novembre 1865, individuando segni astrali che promettono l’ascesa alla presidenza. La duchessa, pur scettica, ascolta con attenzione, poi affida a Jess l’incarico di accompagnarla a un ricevimento in Wyoming Avenue. Rimasto solo con Madame Marcia, Jess apprende che il conto è già stato pagato da Daugherty stesso, e che la veggente ha rivelato alla duchessa solo parte della lettura astrale: ha taciuto un dettaglio riguardante la congiunzione di Sole e Marte nell’ottava casa, quella della morte. Rivolta a Jess, Madame Marcia dichiara con solennità che il soggetto dell’oroscopo diventerà presidente, ma che verrà assassinato durante il mandato…

Datato 1990, Hollywood è il quinto capitolo del ciclo Narratives of Empire di Gore Vidal, monumentale controstoria degli Stati Uniti d’America. Il romanzo riporta in scena Caroline Sanford, Blaise Sanford e James Burden Day, già protagonisti del precedente Impero, intrecciandone le vicende a quelle di figure storiche come Woodrow Wilson, Warren Harding, Franklin ed Eleanor Roosevelt, William Randolph Hearst, Charlie Chaplin, Marion Davies e - in una delle pagine più audaci del libro - William Desmond Taylor, il regista realmente assassinato nel 1922. Come sempre Vidal riesce a governare tanto i fatti storici quanto le loro componenti immaginarie con la stessa disinvolta autorità. Il risultato è un romanzo che utilizza la fiction non per allontanarsi dalla storia, ma per interrogare il modo in cui la storia viene costruita e raccontata. La narrazione copre gli anni 1917-1923: l’ingresso americano nella Grande Guerra, la battaglia di Wilson per la Società delle Nazioni, l’ascesa di un’industria cinematografica ancora informe che diventa, nella lettura di Vidal, il vero secondo potere accanto alla Casa Bianca. In una intervista rilasciata ad “American Masters” (PBS), Vidal ha raccontato il proprio rapporto controverso con Wilson, figura che la sua famiglia - per un’antica ruggine con il nonno senatore - non amava. Eppure, il romanzo tratta il Presidente USA con inattesa equanimità: come ha ammesso l’autore, nello scrivere l’ostilità si è stemperata: «Wilson alla fine ne esce piuttosto bene, il mestiere dello scrittore storico impone di diventare il personaggio per comprenderne la logica interna, non semplicemente per condannarlo». Hollywood si inserisce a pieno titolo nel filone letterario che racconta la nascita del cinema americano come mitologia del potere. Ma mentre, per esempio, Francis Scott Fitzgerald con l’incompiuto Gli ultimi fuochi e Nathanael West con Il giorno della locusta concentrano lo sguardo sugli studios, Vidal tiene sempre un piede a Washington, facendo del cinema non tanto un mondo a sé quanto uno strumento di propaganda e consenso - la stessa intuizione che ha ispirato la costruzione del personaggio di Charles Foster Kane, esplicitamente modellato su Hearst, in Quarto potere di Orson Welles. Il vero cuore di Hollywood non è il racconto della nascita dell’industria cinematografica, ma della nascita di una nuova forma di autorità culturale. Il cinema non si limita a rappresentare gli eventi: contribuisce a stabilire che cosa debba essere percepito come reale. Il passaggio di potere da Washington a Hollywood è dunque anche un passaggio dal controllo delle informazioni al controllo delle immagini. Nel romanzo, propaganda politica, giornalismo e cinema finiscono per appartenere alla medesima economia della persuasione.