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Huck Finn nel West

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Di fronte un vecchio cercatore d’oro strabico e mezzo pazzo col fucile da caccia spianato contro, a pochi passi un precipizio: Huck Finn, terrorizzato, calcola che ci siano per lui ormai solo due possibilità, vale a dire finire all’altro mondo oppure, nella migliore delle ipotesi, scivolare nel profondo vallone sottostante facendosi molto, molto male. E la paura aumenta al solo pensiero che più del vecchio Deadwood possa far peggio il pessimo arnese da sparo che imbraccia in maniera oltremodo insicura, con conseguenze deleterie per tutti e due, così come era accaduto qualche anno fa al padre. L’uomo era ubriaco quando maneggiando uno schioppo a pietra focaia si era fatto saltare un ditone del piede e per tutta risposta se l’era presa con Huck Finn, dandogliele di santa ragione. Ancora di più Huck si maledice perché poi in fondo a ben pensarci l’idea di accompagnare il vecchio Deadwood a cercare oro quel giorno gli è venuta solo per fargli compagnia e non lasciarlo andare da solo, giacché lui ha sempre avuto poca cura di avventurarsi per danaro. Non c’è peggior cosa che diventare ricchi, ripeteva fra sé e sé laggiù in quella landa dov’era finito un po’ per seguire l’amico Tom Sawyer e un po’ perché ci aveva messo le radici. Tutta colpa di un serpente a sonagli che l’aveva morso e lasciato stecchito mezzo morto. Un guerriero Lakota, Eeteh, l’aveva salvato e l’aveva condotto al villaggio nel suo tepee. Se n’era preso cura a furia di impacchi di polpa di fichi d’India. E invero anche altri pellerossa si erano dati da fare per cui lui aveva coltivato a lungo il dubbio che, data la storica inimicizia tra i Lakota e i bianchi, quelli lo stavano curando solo al fine di farlo ingrassare. Impressione sbagliata, perché se è vero che i pellerossa negli anni non hanno mai smesso l’abitudine di strappare lo scalpo alla gente altrettanto vero è il fatto che tra lui e il buon Eeteh è nata una profonda amicizia…

Sarebbe riduttivo archiviare l’opera come un sequel ben congegnato di quei due pilastri della letteratura nordamericana che sono Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Sebbene la letteratura contemporanea soprattutto di lingua inglese in questi anni ci abbia abituati a libri di questo genere (basti considerare il recente Chisciotte di Salman Rushdie o il Foe di John Maxwell Coetzee), con cui gli autori si misurano con i classici per realizzare storie nelle quali i personaggi magicamente continuano a vivere di vita propria. Il merito più rilevante di questo travolgente romanzo picaresco sta piuttosto nella vividezza della scrittura, laddove Robert Coover si misura più da vicino con l’opera di Twain e per non lasciarsi sorprendere il lettore farà bene a leggere preventivamente la nota del traduttore Riccardo Duranti. Vale a dire che l’autore ricorre a un linguaggio volutamente realistico, sgangherato, nature, tipico del personaggio che vive ai margini della civiltà. Un esempio su tutti, eccolo quando nel mettere ordine alla narrazione Huck spiega: “Questa storia ha dentro un sacco di anni e di persone e io già sono partito col piede sbagliato”. Stessa musica quando riferisce di inventarsi “una soluzione stragetica” e non strategica, alla maniera confusa dell’amico Tom. Un linguaggio che caratterizza i personaggi “anomali” di Twain e che di sovente incontriamo in tanti modelli letterari: penso al recente Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio con cui Remo Rapino ha conquistato il Campiello 2020. Interessante anche la collocazione delle avventurose storie di Huck in quella sorta di limbo interrazziale dove persone di etnia differente hanno convissuto in pace, un po’ à la Zagor. Sembra quasi iconica, da prendere ad esempio, l’amicizia tra il “bianco” Huck e il pellerossa Lakota Eeteh, dando una spallata anche ai più recenti episodi di intolleranza razziale targati Usa. D’altronde, come Coover scrive del vecchio cercatore d’oro, “sì, Deadwood è un meticcio, ma chi non lo è?”.