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I bagnanti

I bagnanti

Nella frescura di un boschetto sul limitare di una borgata, “oltre una schiera di fabbricati metallici che luccicano arroventati sotto il sole come grossi scheletri di latta”, sciama un gruppo di adolescenti: ridono e corrono “ebbri di divertimento, accecati dal sole e sporchi di speranza”. Elio detto il Riccio si inoltra nel boschetto, arriva nei pressi di un ruscello, si ferma in ascolto: urla e risate in lontananza, il rumore di qualcuno che corre tra gli alberi. Sono i segni di un gioco, un gioco che il Riccio conosce molto bene, perché si svolge sempre uguale quasi tutti i giorni, anche se sta diventando sempre più “un’occasione per dimostrare la propria virilità, rinnegare l’appellativo di ragazzo e conquistare il titolo di uomo”. D’improvviso si staglia davanti a lui la figura imponente di Giovanni detto il Pugile, con i suoi occhi sorridenti, i muscoli e “la camicia bianca un po’ troppo larga per un ragazzo, ma della giusta misura per chi spera d’essere uomo”. I due si sorridono complici, poi riprendono a correre. In una radura poco lontano li raggiunge ansante Mezzalira, un altro dei ragazzini. Come materializzatosi dal nulla, ecco il malevolo Anguilla, “con le occhiaie che sembrano pronte a divorargli gli occhi”, che prende in giro Arpione, che si era nascosto dietro a delle foglie. Ma se Anguilla è là, dove sono il Cane e Romolo, gli altri membri della squadra avversaria? Poco lontano, legato ad un ramo, c’è un drappo color porpora piegato dal vento. È quel drappo il trofeo da conquistare. Arpione scatta, ma dal bosco spunta il Cane, che lo spinge e lo sorpassa. Mentre cade a terra Arpione riesce ad afferrarlo per una caviglia, quello allora scalcia ferendogli più volte il volto. Allora Arpione lo sbatte contro un tronco, lo blocca a terra mentre cerca con lo sguardo il Pugile, come a dirgli “Vai, vai tu”. Niente da fare: il drappo è già nelle mani di Romolo, il più adulto, il più forte, il più spietato di loro, il Re…

I bagnanti, ovvero i giovani che danno il titolo a questo breve romanzo, hanno visitato per la prima volta la fantasia di Rocco Anelli nella luce di un pomeriggio d’estate, in riva al mare. Quelle figure arroganti nella loro bellezza incarnavano l’unione tra la sensualità – sorpresa nella rude, spietata bellezza del passaggio all’età adulta – e l’arte, un mondo con cui l’autore ha molta dimestichezza, essendo laureato in Film e Media Digitali, diplomato al Conservatorio e regista di opere liriche nonché insegnante di canto e grande appassionato di pittura e scultura. È stato naturale per lui dunque immaginare i protagonisti a partire da capolavori dell’arte plastica (Ratto delle Sabine di Giambologna, Pugilatore Creugante e Paolina Borghese Bonaparte di Canova) e figurativa (Bagnanti di Cézanne, Scena d’estate di Bazille, Zattera della Medusa di Géricault, Sibilla Delfica di Michelangelo, Venere allo Specchio di Velázquez). Anelli poi si è limitato a farli muovere sullo sfondo di una terra di nessuno tra campagna e periferia che deve tantissimo al cinema neorealista italiano e si è ritrovato con “un romanzo involontario, scritto dagli stessi personaggi che racconta”. Immersi costantemente in un’estetica tra il pasoliniano, il caravaggesco e il mito greco, questo gruppo di ragazzi dagli sguardi brucianti e dall’animo tormentato vive una serie di avventure, di crudeli riti di iniziazione che, in un crescendo di violenza, conducono ad un drammatico finale carico di simbolismi. Quello di Rocco Anelli è un romanzo molto insolito nel panorama letterario contemporaneo: ostinatamente non commerciale, con un ritmo narrativo che procede a “quadri” senza curarsi di somigliare a una trama, illustrato dalle fotografie a colori di Luca La Vopa, va per la sua strada con un coraggio che a tratti può ricordare anche l’incoscienza.