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I bambini della Terra selvaggia

I bambini della Terra selvaggia

Sua madre è scomparsa. Anzi, si è resa irreperibile: vuole essere morta e viva al tempo stesso. Quando telefona a Kai da un luogo senza nome è per chiedergli dei soldi, anche se sa benissimo che lui, a ventitré anni, non ne ha: come giornalista alle prime armi non guadagna quasi niente e deve sfamare anche suo fratello e i gatti. Il tempo di chiedere del denaro anche ai genitori – i nonni di Kai – e riattacca subito. Kai se n’è andato di casa da anni, eppure sua madre continua a influire sulla sua vita. Vicina o lontana, finché ci sono telefoni, postini e automobili, lei riesce sempre a creare problemi: dichiarazioni dei redditi non compilate, persone che si lamentano di conti non pagati, amori non corrisposti… Come fanno a trovarlo ogni volta? Kurt entra nella stanza e si mette alla tastiera. Kai apre la bocca per dire qualcosa, ma Kurt non vuole sapere nulla. Un mese prima Kai ha detto di no a sua madre. Non è stato facile, ma ce l’ha fatta. Voleva andare in vacanza con Shirley Jane e Deedee, che vivevano ancora con lei, e ha chiesto a Kai di andare in autobus ogni giorno a dare da mangiare ai gatti e a Tiffi, la sua cagnetta. Ma i costi del viaggio e il fatto che Shirley Jane fosse incinta rendevano impossibile partire, anche se avesse trovato un’auto in prestito, magari dal meccanico che le doveva un favore. Ed è proprio ciò che è successo: sua madre ha preso in prestito un’auto, o l’ha rubata. Ha sfrecciato a centosettanta sulla Route du Soleil, finché non si sono accese tutte le lucine rosse e il motore non ha preso fuoco. Rimorchiate dal carroattrezzi, hanno piantato le tende in un paesino del Drôme. Tre settimane dopo, abbandonate Shirley Jane e Deedee alla stazione senza un soldo, la madre si è dileguata nell’entroterra della Francia e, stanca di tutto, non ha più fatto ritorno. 1983. Sua madre è seduta sul bordo del letto, i muscoli del viso tutti schiacciati. Kai stesso ha passato metà della notte piuttosto agitato. Deve andare a scuola di lì a poco, ma preferirebbe scomparire nell’atlante e nel suo libro sui pianeti, fortuna che hanno il mercoledì pomeriggio libero. Il suo letto e quello del fratello Kurt – che ha un anno in più ed è biondo, mentre lui è scuro – sono quasi attaccati l’uno all’altro in una delle otto stanze della casa. Il resto di quell’enorme spazio è occupato da una fortezza costruita con delle buste ripiegate che suo padre ha portato dalla tipografia. Kurt è sveglio da un po’. Di sotto Deedee piange in modo sommesso. Shirley Jane se ne sta tranquilla e invisibile nel suo angolo della casa. Dalla cucina giunge il tintinnio delle posate e il rumore dei piatti. Una voce maschile profonda filtra attraverso la parete: il padre non è ancora andato al lavoro, eppure è proprio il giorno in cui va in stampa il suo giornale. La madre deve dire loro qualcosa. Kurt si mette seduto, chiede che cosa è successo. Lei sembra boccheggiare, il viso pallido come nei film in costume. Durante la notte papà è mancato. È morto. Kai, a differenza di Kurt, scoppia a ridere, non ci crede: lo sente di sotto, ma gli viene spiegato che sono nonno e nonna, venuti a dare una mano. Il padre aveva male a una gamba ed è andato in ospedale, ma non c’è stato nulla da fare. È allora che Kurt scoppia a piangere in modo irrefrenabile. Suo padre si chiamava Anton. Il secondo nome di Kai è Anthon, con una ‘h’. Kai ha anche un fratellastro di nome Antoon, che vede raramente. Forse le diverse grafie sono frutto di un personale umorismo di suo padre o rappresentano il desiderio di continuare a vivere in loro? Kai non potrà mai più chiederglielo: ciò che resta di lui è carne fredda, vecchia di quarantatré anni. Giace esposto nella casa funeraria in una bara collocata su un catafalco. La gente gli sfila accanto, china sul bordo, mormorando qualcosa, mentre la pioggia batte sui vetri: si alternano frasi di circostanza, gesti fuori luogo e odori di vecchiaia e di morte. L’atmosfera, cupa e impersonale, contrasta nettamente con il carattere del padre, che disprezzava le chiese e le cerimonie. Kai rifiuta di guardare il corpo: finché non lo fa, può ancora fingere che nulla sia successo…

I bambini della Terra selvaggia, il romanzo con cui lo scrittore, critico, saggista e musicista olandese Auke Hulst ha raggiunto il successo, è molto più di un testo autobiografico che narra dell’infanzia trascorsa negli anni Ottanta nel Nord dei Paesi Bassi. A rendere questa esperienza unica non è solo il luogo dove Kai, il protagonista, vive e cresce con il fratello Kurt e le sorelle più piccole Shirley Jane e Deedee – “La Terra selvaggia comprendeva centinaia di ettari di terreno agricolo, ma più ci si avvicinava alla loro casa, più la terra si faceva incolta. C’erano acquitrini e pozze, l’erba era alta, vi crescevano cardi e ortiche, in estate sbocciavano fiori selvatici. La casa si trovava in mezzo a un bosco che proliferava in modo sfrenato” –, ma anche la disastrosa situazione familiare che si viene a creare dopo l’improvvisa morte del padre. La madre, infatti, intraprende diverse relazioni sentimentali, tutte fallimentari e con uomini inaffidabili, si preoccupa raramente dei propri figli, li abbandona a se stessi per lunghi periodi, non presta attenzione al loro benessere o alla loro sicurezza. Non le interessa che cosa mangiano, dove dormono, che giochi organizzano o se frequentano regolarmente la scuola… Si dimostra irresponsabile anche nella gestione delle sue già precarie finanze, salvo poi cercare di esaudire i desideri più strani dei figli, come ad esempio acquistare presso il negozio di ferramenta il materiale necessario per costruire in giardino una vera e propria rampa di lancio per razzi. Pian piano, però, quello che apparentemente può sembrare una sorta di paradiso dove essere liberi di fare qualsiasi cosa, manifesta il suo lato oscuro, quello della precarietà, dell’isolamento e dell’insicurezza. Diventa così, per i giovani protagonisti che lo abitano, un paesaggio della mente e dell’anima: “I bambini della Terra Selvaggia potevano davvero esistere al di fuori di essa? O erano degli esuli, visitatori provenienti da una terra lontana? Potevano abbandonare la natura selvaggia, ma la portavano dentro di sé, incastonata, indelebile”. A offrire a Kai una via di fuga dal disordine emotivo della sua infanzia, è la lettura, con una predilezione per la fantascienza, e, soprattutto, la scrittura, un talento che non passa inosservato: strumento di sopravvivenza e autodeterminazione, è un modo per dare senso al caos, per fuggire dalla realtà, per proteggersi dal dolore e per immaginare e costruire un futuro diverso. Il fascino di questo romanzo risiede nello sguardo di Kai. Attraverso i suoi occhi vediamo il mondo così com’è e ciò che accade, senza pregiudizi, senza preconcetti; rivivendo il disordine della sua infanzia, tra dolore, resilienza e silenzi carichi di significato, lascia che sia il lettore a interpretare le crepe e i legami che uniscono – e feriscono – i membri di una famiglia alla deriva. Hulst descrive questo periodo con controllo e sensibilità. Le emozioni dei bambini acquistano profondità psicologica e si traducono, grazie a un linguaggio evocativo e poetico, in immagini vivide. La madre, figura sfuggente e fragile, resta un enigma fino alle ultime pagine: “Sua madre aveva dato vita a questo mondo con la sua forza di volontà o con la debolezza del suo carattere?”. Il confronto finale tra lei e Kai, che si interroga anche sul ruolo che lui stesso ha avuto, sembra gettare luce su un percorso emotivo durato anni. Nessuna redenzione, solo il tentativo, non facile, di ritrovarsi.

LEGGI L’INTERVISTA AD AUKE HULST