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I bambini di Asperger

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Vienna. Harro, otto anni e mezzo, è un bambino complicato: disobbediente, picchia gli altri bambini per motivi futili, “si mette a quattro zampe durante le lezioni e compie veri e propri atti omosessuali”. È molto dotato intellettivamente, soprattutto in matematica. Portato alla Clinica pediatrica dell’Università della capitale austriaca per una valutazione, è sottoposto ad alcuni test dal dottor Hans Asperger, direttore della clinica, che giunge alla conclusione che il bambino “non ha alcun sentimento sociale, non partecipa mai ai giochi di gruppo, non è affettuoso, fiducioso o allegro, non gioca con gli altri bambini, è completamente privo di senso dell’umorismo: è, insomma, uno psicopatico autistico ma con un’intelligenza che lo inserisce tra i bambini più dotati compresi nello spettro autistico e che, pertanto, avrebbe potuto trovare un impiego di tipo tecnico, con una cura ad personam per stimolarne la crescita cognitiva ed emotiva”. Il periodo storico/sociale in cui opera Asperger è il Terzo Reich (1933-1945) e si sa con quanta crudeltà il regime si sia scagliato contro i “diversi”: un giudizio di disabilità costituisce per il nazismo una condanna a morte. Possibile dunque tutta questa virtù e devozione da parte dello psichiatra?

Il periodo in cui Hans Asperger svolge la sua professione comprende l’Anschuß (l’annessione) dell’Austria al Terzo Reich, nel marzo del 1938. È facile collegare il cognome dello psichiatra viennese alla sindrome che porta il suo nome, la forma di autismo ad alto funzionamento. Il termine autismo era già conosciuto, coniato dallo psichiatra svizzero Eugen Bleurer nel 1911 per definire i pazienti schizofrenici totalmente sconnessi dalla realtà. Ma Asperger la definì psicopatia autistica, entro la cui forbice comprendeva sia i bambini “socialmente e emotivamente isolati, ossessionati da oggetti e rituali, con una scarsissima o nulla capacità linguistica” sia bambini che “sapevano esprimersi con capacità di linguaggio ed erano in grado di frequentare una scuola normale. Harro, il personaggio con cui Sheffer apre il libro, rientra in questa seconda casistica; era disobbediente, si isolava dal gruppo degli altri bambini ma era molto predisposto per la matematica; tutto questo faceva di lui un candidato perfetto per la cura individualizzata che Asperger aveva protocollato, studiata per offrire a bambini come Harro un inserimento nella società e nel mondo del lavoro. Il suo lavoro venne riscoperto dalla psichiatra britannica Lorna Wing nel 1981 e quella che lui chiamava psicopatia autistica prese il nome appunto di Sindrome di Asperger. Grazie alla diffusione del lavoro dello psichiatra austriaco ora si parla di spettro autistico ed egli appare come un paladino della neurodiversità. Edith Sheffer, che è storica e ricercatrice all’istituto di studi europei presso l’Università della California, studiando i documenti d’archivio relativi al lavoro di Asperger, partendo dal presupposto che “la sua definizione di psicopatia autistica emerse dalle istituzioni e dai valori del Terzo Reich” ha voluto scendere più in profondità. E lì, nel fondo del suo trattamento terapeutico, ha trovato l’orrore. I bambini che risultavano affetti da autismo classico non avevano diritto ad alcun tipo di trattamento e venivano convogliati alla Clinica pediatrica Spiegelgrund per l’eutanasia, per soddisfare “una società senza diversi” (per dirla con Enzo Collotti) che era il fine del regime nazista e del suo concetto di eugenetica, che portò avanti “la volontà di ridefinire e catalogare la condizione umana… attribuendo i tratti problematici a un’eredità genetica e a una fisiologia inferiore” senza alcun fondamento scientifico. I neuropsichiatri diventarono figure centrali nell’epurazione dei “diversi”: basandosi su elementi assolutamente non comprovati e su assurde teorie scientifiche, provvidero all’uso della sterilizzazione coatta dei “malati ereditari”, a effettuare esperimenti sugli esseri umani e all’uccisione di chi veniva considerato disabile. Il libro ha un effetto devastante e ci suggerisce un modo alternativo di guardare alla politica di sterminio del Terzo Reich ponendo al centro la diagnosi come metodo di cernita degli esseri umani da eliminare. Il testo è emotivamente impegnativo, occorre farlo presente.