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I Catari e la civiltà mediterranea

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All’inizio del XIII secolo ha luogo un singolare caso di crociata intracristiana, la Crociata contro gli eretici Catari, anche detti Albigesi. Fatto che riceve generalmente qualche rapida menzione nei manuali di storia e poco più. Nella vulgata collettiva, certamente, non rappresenta uno snodo cruciale della storia dell’Occidente. Non è così per Simone Weil. Per lei la crociata albigese deve essere interpretata come “svolta decisiva – e negativa - per la storia d’Occidente”. Una svolta violenta, durata un ventennio dal 1209 al 1229, fortemente voluta da papa Innocenzo III per salvaguardare l’unità della dottrina e per mettere a tacere con la forza il fermento culturale e spirituale dei predicatori della Linguadoca, che perseguivano il riavvicinamento a un cristianesimo puro, originario e scevro dal materialismo della Chiesa romana. Alcuni storici, fra i quali Raphael Lemkin – che ha coniato il termine “genocidio” – interpretano questa violenta repressione come uno dei casi esemplari, appunto, di genocidio. Weil ci legge dentro la distruzione di una civiltà basata su valori e ideali di trascendenza come uguaglianza e libertà. Legge la crociata attraverso la voce dei vinti, ovvero attraverso il testo epico la Chanson de la croisade contre les albigeois. Uno dei pochi testi sopravvissuti per raccontarci - insieme a chiese romaniche e testi trobadorici sparsi – la violenta repressione dell’esperienza catara. Nella visione etica ed epica dell’autrice, Tolosa è come Troia, una città che sta al cuore di una civiltà; una civiltà assediata e sull’orlo del collasso, fotografata nell’attimo prima della scomparsa. Per Weil, che vede nella civiltà greca la luce mediterranea che ancora rischiara il presente (“le armi dei romani uccisero la Grecia e il loro dominio condannò alla sterilità il bacino mediterraneo”), il paese d’Oc rappresenta l’unico luogo in cui “il genio mediterraneo sembra essersi concentrato” e in cui è rifiorito grazie a un periodo di stabilità socio-politica seguito ai secoli del crollo dell’Impero e al rinnovamento apportato dalle invasioni cosiddette barbariche. Lì, nella Francia meridionale, e mediterranea, confluiva il portato spirituale di più culture. Dal nord, da oriente, da sud: “i catari furono gli eredi del pensiero platonico, delle dottrine iniziatiche e dei misteri della civiltà preromana che abbracciava il Mediterraneo e il Vicino Oriente”, nonché dello spirito cavalleresco giunto dai popoli del settentrione…

Simone Weil, che scrive nel 1942 e ha davanti agli occhi il collasso materiale e spirituale dell’Occidente, intravede nell’esperienza catara una civiltà che avrebbe potenzialmente potuto segnare la storia in maniera diversa; vi vede una “civiltà della città, ma senza il germe funesto delle discordie che devastarono l’Italia” e si chiede: “Se fossero stati loro – i Catari – i vincitori, chissà se il destino dell’Europa non sarebbe stato ben differente?”. Con la crociata sparì la lingua d’Oc, che tanto influì sugli sviluppi culturali e letterari d’Europa, lì si consumò il dramma della forza capace di distruggere valori spirituali. La filosofa francese interpreta la civiltà romanica nata nel X secolo come “l’autentico Rinascimento” in cui “lo spirito greco rinacque sotto la forma cristiana che è la sua verità”, a fronte dell’altro Rinascimento definito “falso” e nel quale affonda la sua radice l’angustia presente. Nel romanico “sussisteva un legame vivo con le tradizioni millenarie dell’India, della Persia, dell’Egitto e della Grecia”, nella sua cultura si esprimevano il rifiuto della forza e il trionfo dell’amore, l’amor cortese, reincarnazione dell’amore platonico con al centro la figura della donna come guida alla trascendenza. Questa civiltà, che avrebbe potuto dare vita a un Occidente diverso, è “prematuramente scomparsa dopo un assassinio” dice Weil. Ma a che pro, a che serve rimuginare fra le ceneri di qualcosa di perduto? Qui la sintesi della motivazione storica, etica e politica alla base del ragionamento di Weil: “La pietà impone che ci si attacchi alle tracce, anche rare, delle civiltà distrutte, per tentare di comprenderne lo spirito. [Spirito] che corrisponde ad aspirazioni che non sono sparite e che noi non dobbiamo lasciar sparire”. Cercare fra le macerie della storia quelle che risuonino con le aspirazioni del presente. Concordiamo con il giudizio espresso da Gian Luca Podestà nella Nota conclusiva a questo prezioso volumetto, quando ravvisa “la profonda suggestione e insieme intima debolezza di queste pagine” di Simone Weil. La sua tensione all’assoluto, esercitata nella ricerca di nuclei storici vitali di cui custodire memoria, affascina lo spirito, ma non convince l’intelletto, fondandosi su una lettura gnostica e manichea della storia. Resta però la luce cristallina che la studiosa sa gettare su questa vicenda poco nota, la sua tensione etica e poetica, la lucidità di un pensiero che pur, forse, puntando in direzioni errate, sa aprire squarci di vero. Ancor più prezioso il volumetto si fa in quanto riporta (in originale e in traduzione) i brani del poema epico occitano Chanson de la croisade albigeoise su cui la Weil fonda la sua lettura storica: poema dell’assedio e della sconfitta in cui si canta per una volta, la profonda e salvifica dignità dei vinti.