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I cura cari

I cura cari

La casa è piena di cartelli che indicano le stanze e, sotto quello dedicato alla cucina, ci sono disegnati in bianco e nero le posate, un piatto e un bicchiere. Via via compaiono anche le scritte sui cassetti e sulle ante della credenza, ad indicarne il contenuto. Gli oggetti Lucia li sposta, libri compresi, seguendo un ordine tutto suo. Alla sera, dopo che si è coricata, suo figlio Marco passa in rassegna tutto e rimette a posto, pronto per un nuovo giorno di caos. Visto da fuori l’appartamento sembra normale: il campanello dorato, il cognome sulla porta e lo zerbino con su scritto “welcome”, ma dentro si vive una realtà parallela. Lucia con gli oggetti che sposta ci parla come se fossero vivi, risponde alla signora che vede allo specchio, rivede sulla piccola sedia della cucina, accanto al balcone, suo padre e gli porta una coperta per non prendere freddo. Nella sua mente le voci fanno confusione, come pure i pensieri. Sulla mensola della sala ci sono le foto incorniciate, Lucia riconosce solo quella di sua madre. Gli altri parenti, il marito e il figlio non hanno più identità. Svaniti. Sopra il calorifero c’è una vecchia “Settimana enigmistica”, Marco gliela portava sempre quando tornava da Torino, dove viveva prima. A lei è sempre piaciuto il gioco delle differenze, con occhiali e penna rossa si metteva di impegno. Adesso ha smesso, le differenze non le vede più e per non ammetterlo dice: “Le faccio domani”, ma il domani non arriva mai, nella sua mente le cose sono diventate tutte uguali...

I cura cari di Marco Annichiarico è un romanzo autobiografico, che narra la vita a due tra l’autore e sua madre malata di Alzheimer. Ci sono voluti cinque anni per concretizzare questo progetto editoriale. Prima del libro l’autore ha raccontato la sua esperienza sul blog “Poetarum Silva” e sulla rivista “Mind”. L’esigenza di Annichiarico è stata quella di parlare e raccontare la demenza, perché se ne parla poco o con superficialità. La storia di Lucia è lo specchio delle tante altre famiglie che fanno lo stesso percorso doloroso. Se la figura del malato è narrata molto nei romanzi, molto meno lo sono i familiari che li curano, i cosiddetti caregiver. È poco indagata la situazione di estremo stress che patiscono, spesso senza aiuti esterni o punti di riferimento. Questo libro racconta la solitudine e il disagio di Marco, il poco supporto ricevuto del personale sanitario, dal medico di base al neurologo. L’autore mette in risalto la difficoltà di reperire informazioni e accesso ai servizi di sostegno alle famiglie. Cura cari è un neologismo che ha inventato lo scrittore Flavio Pagano e ad Annichiarico è piaciuto moltissimo, tanto da adottarlo per il titolo. Conoscere i propri genitori attraverso le loro malattie è un punto di vista insolito che spesso destabilizza e ribalta il ruolo di figlio. Marco e suo padre diventano gli spettatori di una donna che si sta dissolvendo. Se lei nasconde gli oggetti, i familiari le nascondono la malattia. Il primo a non essere più riconosciuto da Lucia è il marito. Questo è servito a Marco per abituarsi meglio al suo non essere riconosciuto. Rimane comunque un trauma per Annichiarico questo momento, sentirsi orfani del proprio ruolo di figlio, come se tutto crollasse. La perdita del padre per l’autore è una presa di coscienza sull’ineluttabilità della vita e del suo ciclo naturale. Bisogna imparare a lasciar andare le persone quando è l’ora. L’ironia è l’unica cosa che la malattia non ha tolto a Lucia e questo rende certi passaggi del libro più leggeri, quasi comici. Battute sarcastiche e modi di dire napoletani accompagnano il quotidiano di madre e figlio. Essere un cura caro è stressante e persino organizzare una vacanza è difficile. Si È entra in una spirale di dipendenza e il pensiero che si sia indispensabili è preponderante. È opportuno però mettere distanza tra chi cura e la sofferenza. Il rischio dei cura cari è quello di perdersi del tutto dietro o dentro l’altrui malattia. Condividere solamente con chi ha lo stesso problema è giusto e utile, ma non rende serenità, non si esce mai dalla bolla della malattia e la normalità di vita è sempre più lontana. Tutto è mediato dalla malattia. Il malato svuota la sua mente a poco a poco e per chi gli sta accanto rimane solo il vuoto simulacro della persona che era. Le famiglie tendono a chiudersi, provano vergogna e si nascondono insieme al malato, questo è un processo negativo, la demenza è definita come una malattia familiare, perché coinvolge tutti. Se il malato si rifugia nei vaghi ricordi del passato, il futuro è chiuso per lui e anche per i familiari vicini. Il rischio è essere sopraffatti dalla situazione fisicamente e psichicamente tanto che Marta, la moglie di Marco, si accorge di essere diventata una “cura-curacari”. Passare intere giornate con un malato di Alzheimer, sebbene sia tua madre, non è semplice. È grazie all’amore e all’insistenza di Marta che l’autore esce di casa e ricomincia lentamente a vivere. Chiedere aiuto non è sintomo di debolezza, ma di grande forza e accettazione dei propri limiti. Non si ama di meno un proprio caro se lo si affida a personale esperto, non si aiuta un proprio caro pensandosi indispensabili, non si aiuta il proprio caro ammalandosi. La bella copertina di Alessandro Gottardo è la rappresentazione di che cos’è l’Alzheimer, cioè un mondo capovolto, di cui si vede solo una piccola parte.