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I dannati del Priamar

I dannati del Priamar

1943. C’è una nuova missione per il vecchio rimorchiatore “Priamar”, ormeggiato nel porto di Livorno dove è arrivato il 21 settembre da Chiavari. Nella cittadina ligure era stato inviato dai tedeschi “di conserva stretta” a uno Shnellboote. “Trenta metri di linee azzeccate, la prua fregiata a oro, un superbo fumaiolo”, il “Priamar” è stato varato a Newcastle nel lontano 1880 ma regge ancora magnificamente il mare, nonostante l’età. Affidato al comando del riluttante capitano di lungo corso Ionio Macrì dopo che il precedente comandante – una volta sbarcato a Livorno – ha fatto perdere le sue tracce, il “Priamar” deve andare a Piombino, rifornirsi di carbone, dirigere verso l’isola di Pianosa e là prelevare quattrodici prigionieri del carcere da condurre poi all’Isola d’Elba, il tutto ovviamente con una scorta di soldati tedeschi. Macrì è salito la prima volta sul “Priamar” con “l’espressione di un condannato a morte”, riluttante a dir poco, e questo non l’ha reso certo simpatico al suo nuovo equipaggio, che lo tratta con freddezza. Del resto come biasimare il nuovo comandante? L’Italia dopo l’8 settembre è schiacciata nella morsa tra l’esercito Alleato che bombarda città, infrastrutture e industrie e pare debba sbarcare da un giorno all’altro e l’esercito nazista che ha subito occupato più di metà del territorio nazionale e lo gestisce con violenza rabbiosa e vendicativa. Tutti hanno paura e vorrebbero solo nascondersi in attesa che la tempesta passi, Macrì non fa eccezione. Ha perso la sua nave, la “Rosita Coviello”, incagliata a Bocca d’Arno il 9 settembre dopo che il posamine tedesco “Brandenburg” - “il più spietato cacciatore delle nostre navi” - l’aveva braccata per tutto l’Alto Tirreno e proprio ora che si aspettava rispetto e un po’ di riposo, gli affibbiano il comando di questa piccola, vetusta nave sulla quale rischiare la pelle non si sa bene per cosa. Un maresciallo della Wermacht e cinque soldati salgono a bordo del “Priamar” e alle sei del mattino si salpa da Livorno, destinazione Piombino…

Il breve romanzo di Gianfranco Vanagolli - natali sull’Isola d’Elba e una vita passata in mare nonostante la passionaccia per la letteratura - è davvero un gioiello. Una lettura sorprendente che rinvigorisce la nostra fiducia nelle piccole case editrici, spesso fiaccata da editing assenti, scarsa cura redazionale, pessimo gusto grafico e furbesca carenza nella selezione dei manoscritti. Stavolta, nulla di tutto questo. I dannati del Priamar racconta un episodio della grande tragedia italiana del post 8 settembre 1943, che già ha ispirato scrittori e cineasti in passato e lo farà senza dubbio anche in futuro. Con un approccio da film del Neorealismo, Vanagolli tratteggia la vicenda umana di persone del tutto comuni (ma personaggi per nulla piatti o banali) schiacciate dalla violenza della guerra, oppresse da un destino al quale vorrebbero sottrarsi pur senza perdere la loro dignità. Sembra davvero di leggere un volume dei Coralli Einaudi del dopoguerra: I dannati del Priamar non sfigurerebbe accanto a un Bonaventura Tecchi, un Fabrizio Onofri, un Amedeo Ugolini, un Silvio Micheli, un Ezio Taddei e anzi si avvicina felicemente a una certa estetica che ha segnato la letteratura italiana a cavallo tra anni Quaranta e Cinquanta. Il gergo marinaresco – misurato, senza esoterismi – di Vanagolli impreziosisce uno stile stringato ma non privo di guizzi raffinati in cui si indovinano un grande talento e un sapiente lavoro di cesello. Da non perdere.