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I demoni beati

I demoni beati

Alfred Humboldt è davvero sconcertato: non riesce a capire come si possa concepire l’inizio di un romanzo attardandosi per ben trenta pagine intorno ad una sola immagine, un uomo che non prende sonno e che continua a tergiversare, a vagare nei suoi pensieri, invece che addormentarsi. Parte da questo particolare, Giovanni Macchia per dare un’idea dell’impatto, straniante e rivoluzionario, della Receherche di Marcel Proust, un’opera rifiutata da ben tre editori prima di trovare la luce. Macchia ci tiene a ricordarlo per introdurre poi nel dettaglio altri tratti caratteristici che mettono il lettore di fronte ad una nuova concezione del tempo della narrazione, a partire dalla prima riga: Longtemps, je me suis couché de bonne heure (A lungo, sono andato a letto presto...) dove la presenza dell’avverbio (longtemps) e l’uso del passato prossimo, in luogo dell’imperfetto come nell’altra opera di Proust, Jean Santeuil, costituiscono le premesse di un nuovo tipo di narrazione, in cui il soggetto vaga senza una meta fissa, e la penna ne può solo descrivere il percorso. Soltanto cinquant’anni dopo la morte di Marcel, la cara Céleste Alberet si decide a condividere con altri i momenti di ricerca di quelle notti che Marcel, per otto anni, le aveva raccontato con dovizia di particolari prima di farne un capolavoro...

Francesco Permunian ruba il sottotitolo del suo libro a Primo Levi, che così definisce (“bracconaggi in distretti di caccia riservata”) la sua raccolta di saggi (L’altrui mestiere): a sua volta, Permunian compone una sua breve e personale antologia letteraria attingendo alla mole di ritagli, fogli, cartigli raccolti ed archiviati con cura in attesa di essere riorganizzati sotto forma narrativa. Una scrittura che nasce da altre scritture, che non ha un’origine o una necessità intrinseca se non condividere parole dette e scritte da altri con proprie postille e glosse. Non è una semplice operazione interpretativa, ma una vera e propria condivisione: il senso dell’arte è anche in questo, trovare negli altri i semi dei nostri pensieri, sottolinearli senza duplicarli. Un’operazione di essenzialità. La raccolta di Permunian spazia fra letture di vere autorità letterarie e autori meno conosciuti, tutti in grado di tracciare i contorni di una raccolta coerente e curiosa che tanto dice della personalità di chi ha pensato di assemblarla, soprattutto si genera intorno a temi, ad immagini, a sensazioni che riescono a unire, in modo quasi inaspettato, autori solo apparentemente tanto lontani. Ecco che nel breve prontuario di Permunian trovano albergo Italo Calvino, Roberto Bolaño, Marcel Proust, Goffredo Parise, Vitaliano Trevisan, messi insieme da riflessioni sulla cena, sulle reliquie, sul tempo della narrazione e dell’io, sui respiri ed i sospiri, sulle nevrosi. Oltre alla prefazione di Luigi Mascheroni, il volume si arricchisce di una sobria caratterizzazione grafica affidata a Roberto Abbiati: il prodotto finale è un raffinato e godibile cofanetto che apre e schiude un panorama letterario nient’affatto scontato.