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I fanatici del gekiga

I fanatici del gekiga

Ōsaka, trentesimo anno dell’era Shōwa (1955). Il gekiga sta per fare il suo ingresso nel mondo delle librerie a prestito, grazie alla mente di tre giovanissimi autori appena ventenni, intenzionati a rivoluzionare i contenuti e lo stile della produzione manga dell’epoca. Le strade che percorrono sono quelle di quartieri che ancora stentano a riprendersi dalla guerra, case malmesse, locali semplici e mestieri umili. Anche la sede della casa editrice che compra le loro storie, la Hinomaru Bunkō, non è nient’altro che uno squallido locale, pieno di scartoffie ammucchiate. Ma è in quei pochi tatami che si progettano nuovi capitoli, si scelgono i titoli delle prossime uscite, si coniuga un’arte al business di un’impresa e alle necessità dei suoi squattrinati dipendenti. Thriller, mistery, umorismo, fantascienza. Insieme al maestro Takigawa, un veterano della casa editrice, Matsumoto, Saitō e Tatsumi riempiono le pagine di una rivista che vedrà presto la stampa con il nome di “Kage”, ombra. Una rivista in brossura, formato A5, novantasei pagine, il giusto numero per iniziare e stuzzicare la curiosità dei lettori, non più ragazzini ma giovani e adulti in cerca di storie avvincenti che ricalchino l’espressività del mondo cinematografico. “Kage” punta a una rivoluzione pari a quella messa in atto da “La nuova isola del tesoro” uscito nel 1947 con i disegni del grande Tezuka Osamu, quattrocentomila copie vendute. Violenti e rozzi, le storie di questo nuovo movimento strizzano l’occhio in modo malizioso e provocatorio alle associazioni a salvaguardia dei bambini. Una sfida a guardare dentro le ombre. La competizione è spietata e per la Hinomaru Bunkō non è facile guadagnarsi un numero adeguato di lettori. Tra alcol e passeggiate nei quartieri a luci rosse, il destino di “Kage” pare traballare e farsi sempre più evanescente. Ma quei tre idioti di Ōsaka non demordono e questa è la loro storia e di come se ne fregarono della precarietà e dell’incertezza e scelsero di osare. In uno studio poco più grande di dieci metri quadrati a Saikudani, ricavato da un’abitazione privata al secondo piano di un ristorante, piazzano le loro scrivanie: Saitō di fronte a Tatsumi, Matsumoto davanti a quell’ubriacone di Takigawa. Gari gari è il suono del pennino che traccia le linee di volti corrucciati, di impermeabili in movimento, di colpi di pistola che esplodono nella notte. Ed ecco nascere La villa in collina, Uno contro tutti, Nebbia fitta...

I fanatici del gekiga può essere definito come una sorta di saggio sviluppato attraverso immagini piuttosto che parole, un documentario sulla nascita del genere gekiga nel dopoguerra giapponese. Si compone di undici capitoli, ambientati tra il 1955 e il 1957, che Coconino ha riunito in un unico volume. Nella copertina troviamo non solo i protagonisti di questo volume, Matsumoto stesso, Saitō Takao e Tatsumi Yoshihiro ma anche un altro elemento chiave per l’autore: le vignette, qui collocate a incorniciare i tre uomini. Prima ancora del termine gekiga, Matsumoto definiva infatti la sua produzione komaga, un concetto derivato dai fotogrammi dei film. Posizione, dimensione e inclinazione sono elementi strutturali della vignetta da elaborare in modo da arricchire capacità espressiva e comunicativa di disegno e testo. Le caratteristiche delle storie pubblicate in quel periodo, quando ancora i manga venivano distribuiti da librerie a noleggio, si sono fuse in questo scritto, che diviene uno spaccato della vita turbolenta di mangaka in cerca di ispirazione, alle prese con scadenze e affitti da pagare. Autori spesso costretti a disegnare al di là della propria vocazione o del proprio interesse personale, ma più semplicemente piegati alle leggi di mercato. In questo contesto, i manga sono ancora considerati elementi diseducativi, spesso bersaglio di associazioni di genitori preoccupati per la mente corruttibile dei propri figli. Ne I fanatici del gekiga ritroviamo umorismo, action, erotismo, irriverenza... un gekiga che parla delle sue origini con il medesimo linguaggio che lo caratterizza. C’è qualcosa di più naturale? Probabilmente no, ma questa stessa naturalezza nasconde anche insidie, soprattutto per chi non conosce il genere ed è nuovo alle vicende socioculturali e storiche del Giappone di quel periodo. La componente autobiografica, il testo scarno e povero di annotazioni (stiamo pur sempre sfogliando un manga e non un vero saggio) lasciano inevitabilmente molto non detto; eventi richiamati alla mente dell’autore si avvicendano sull’onda della memoria, provocando in certi frangenti una perdita di orientamento tra i numerosi nomi di editori, riviste, autori e quartieri. I curatori dell’opera Vincenzo Filosa, Paolo la Marca e Livio Tallini ci vengono incontro, ampliando la fruibilità dell’opera mediante l’introduzione di approfondimenti, utili alla contestualizzazione del lavoro di Matsumoto: un’interessante intervista al figlio dell’autore; due postfazioni firmate dal collega/coprotagonista della storia Saitō Takao e da Onoda Shō; a chiudere, un nutrito glossario delle opere e degli autori citati. Per i più curiosi, Una vita tra i margini (Bao Publishing, 2014) può essere considerata un’opera sorella de I fanatici del gekiga, sebbene pubblicata sedici anni dopo. È firmata dal collega/amico/rivale Yoshihiro che lascia in eredità anche il suo punto di vista sugli accadimenti alla base della fondazione del gekiga.