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I figli di Marte

I figli di Marte
 Una battaglia è come una partita a scacchi. Mosse e contromosse ben studiate per limitare il più possibile la casualità, che se in guerra prevale neutralizza anche i piani meglio ideati. La battaglia è la scelta dei forti e conviene solo a chi si trova, per qualsiasi motivo, numerico, morale, per qualità delle truppe, in una situazione di sicuro  vantaggio. Il buon comandante deve tentare la fortuna solo quando ha ben studiato ogni variabile possibile. Le guerre dei Romani sono fatte di numerose battaglie e le legioni sono di norma meglio armate, organizzate e addestrate rispetto agli eserciti nemici. I legionari romani hanno la consapevolezza di essere più forti e sicuri di non avere avversari in un combattimento in campo aperto. Sono abituati a vincere e questo modo di combattere genera stupore, timore e rassegnazione, dando alle armi romane un vantaggio morale determinante. Per molti imperatori la battaglia è l'esito più naturale e vantaggioso di qualsiasi campagna militare, una sicurezza. Noi occidentali siamo discendenti e "guardiani" di questa tradizione. Ancora oggi, di fronte ad avversari che rifiutano lo scontro in campo aperto facendo ricorso a tattiche meno dirette e distruttive, chiaramente più adatte a chi si trova in inferiorità di uomini e mezzi, ci presentiamo sorpresi, smarriti o addirittura indignati. Prima della battaglia l'elemento principale e un po' teatrale che tutti ricorderanno a posteriori, sono le parole di incitamento del comandante, accompagnate dallo stendardo rosso posto sulla tenda del legatus Augusti che dà il segnale della battaglia oramai imminente e il mantello dello stesso colore, emblema dell'Impero e del sangue contro il cielo. L'aspetto che più colpisce nel dispiegamento di un esercito romano è la precisione dei movimenti, sia individuali che collettivi, frutto di anni di continue esercitazioni. Ogni centuria passa velocemente dall'ordine di marcia in fila per quattro all'ordine di combattimento.. la cavalleria raggiunge al piccolo trotto le ali dello schieramento, la fanteria leggera con gli arcieri e i frombolieri si dispongono in avanguardia o negli intervalli fra le coorti oppure a sostegno delle turmae sui fianchi dell'armata…
Gastone Breccia, studioso di storia militare, ricostruisce l'organizzazione, l'evoluzione e le gesta delle armate che, passo dopo passo, riuscirono a trasformare un piccolo villaggio di pastori in un impero esteso in tre continenti. L'autore ci descrive come inizialmente le prime azioni militari romane siano compiute da bande di guerrieri disorganizzati, con tecniche primitive accompagnandoci poi fino alle condizioni che portarono alla formazione di un esercito sempre più forte e professionale. Le reclute arrivano da tutte le classi sociali e gradualmente anche le nuove etnie assoggettate dalle nuove conquiste andranno ad ingrossare le fila dell'esercito. Leggendo queste pagine, rigorosamente documentate, rivivono le tattiche, le strategie, gli armamenti, la personalità dei condottieri e il loro rapporto con le truppe e le grandi vittorie dei più grandi generali dell'epoca. Si analizzano in questo libro numerose battaglie per cercare di capire perché i legionari  seguissero il proprio centurione nella lotta: non si descrivono quindi solo armi e armamenti (numerosi sugli scaffali di qualsiasi libreria i saggi su questi aspetti), ma è presente un'attenta ricerca sullo spirito di corpo, sugli ideali e molte altre interessanti particolarità della vita militare romana dell'epoca. È un'avventura lunga mille anni, quella delle armi di Roma, in cui s'intrecciano interessi materiali e desideri di gloria, momenti epici e altri decisamente meno edificanti. E nella quale Roma si presenta come un vincitore indulgente e portatore di progresso, ma anche con il volto di un vendicatore spietato e di un distruttore indiscriminato. Una concezione della guerra e delle relazioni tra i popoli che, con le sue contraddizioni, è sopravvissuta ben oltre la caduta dell'impero ed è ancora profondamente radicata nel DNA delle potenze occidentali.