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I figli venuti male

I figli venuti male

La famiglia Ghira abitava al Nomentano, quartiere romano decisamente borghese, in una casa signorile costruita dal nonno, noto palazzinaro, termine dialettale leggermente dispregiativo per indicare un costruttore edile. Si tratta della classica famiglia borghese, benestante e mediamente conservatrice, preoccupata dalle scroscianti libertà del ’68 ma non per questo ferocemente reazionaria. Anche il tran tran familiare è improntato alla sobrietà, con lussi e spese inutili che non vengono minimamente presi in considerazione. I Ghira non sono dei parvenu, ma una famiglia di solida tradizione e non hanno bisogno di ostentare in maniera cafona un benessere – peraltro nemmeno così eccessivo – figlio di solidi principi e duro lavoro. In casa si è sempre apprezzato e praticato lo sport, con il pater familias che durante il Ventennio è stato prima una promessa del nuoto e poi un riconosciuto e apprezzato campione di pallanuoto. Impossibile quindi rimanere insensibili alle imprese motociclistiche di Giacomo Agostini e pugilistiche di Nino Benvenuti. Al cinema invece si andava spesso, soprattutto per vedere i film peplum con Steve Reeves e i film western spesso interpretati da John Wayne. Insomma, una famiglia borghese abbastanza normale e ordinaria, perfettamente in linea con i tempi...

La recente uscita nelle sale del film tratto dal libro La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Premio Strega 2016) ha riacceso i fari su uno dei casi di cronaca nera più assurdi e inspiegabili del Dopoguerra: il cosiddetto massacro del Circeo. Senza dilungarmi su quanto accaduto vista l’estrema facilità nel reperire notizie al riguardo, esordisco dicendo che questo libro, uscito nel 2020, è stato scritto dal fratello di uno dei tre aguzzini del già citato massacro. Filippo Ghira, giornalista professionista classe 1955 e già autore di libri scottanti su alcuni personaggi e controverse vicende d’Italia è infatti fratello minore di quell’Andrea Ghira, criminale dalla latitanza picaresca terminata per sempre a Melilla con una overdose e passata attraverso cambi di identità, esperienze in un kibbutz e, per ben 18 anni, nel Tercio, un reparto della Legione Straniera spagnola. L’opera di Ghira è interessante per la certosina ricostruzione del proprio ambiente familiare ma soprattutto per quella fatta sul contesto sociale, politico e culturale della Roma degli anni’70. Raccontata con la maturità di un adulto disincantato e orgogliosamente “contro”, quella Roma è animata da contrasti politici tra opposte fazioni di estremismi, da una classe borghese sotto attacco ma mai così centrale nella vita del paese e da una violenza destinata a esplodere dopo anni di rancore sotto la cenere. L’autore, nonostante il dramma umano è ben lungi dal fare apologia del fratello e fotografa una stagione dinamica e plumbea, ma in filigrana, pur senza aperte dichiarazioni, si comprende come il massacro del Circeo sia un unicum, un evento di tragica brutalità che sfugge tanto a una semplicistica quanto gettonatissima spiegazione politico-sociologica (i ragazzi della Roma bene, fascistelli che fanno deflagrare il loro machismo e i loro conflitti irrisolti su due malcapitate di bassa estrazione sociale) quanto a un incardinamento nelle maglie della criminologia e della psicopatologia. Il corto circuito verificatosi nella villa al mare dei Ghira al Circeo è un evento che travalica le contrapposizioni e rifugge allo schematismo di interpretazioni preconfezionate. Sembra quasi che quella notte del settembre 1975, con Izzo, Guido e Ghira, si sia scatenata una tempesta perfetta fatta di incosciente esaltazione criminale, figlia sì di tempi (e talvolta di ideologie) violenti ma comunque non sufficienti a spiegare quanto sia successo. Nella ricostruzione dell’autore c’è una sincera presa di coscienza della brutalità degli eventi ma nell’appassionato e dettagliato racconto di una famiglia e di una cornice storico-culturale eminentemente borghese e con più di un occhio a destra, non si ravvede il seme di questa violenza cieca, che rimane ancora oggi inspiegabile. La militanza politica, gli scontri fra opposte fazioni e la fascinazione – spesso messa in pratica – per il crimine, tutti aspetti magistralmente narrati da Ghira, in quest’opera agiscono per sottrazione, e anziché rappresentare le pietre angolari del massacro, pagina dopo pagina, appaiono sempre meno legate al tragico accaduto. Un libro che, per chi volesse approfondire questa buia pagina d’Italia, non può non essere tenuto in considerazione.