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I fiori non dimenticano

I fiori non dimenticano

Perth, Australia. Il professor Jeremiah Cole è decisamente agitato: il suo batiscafo monoposto ha entrambi i motori in avaria ed è trascorsa più di un’ora dal suo ultimo contatto con la nave in superficie. Si rende conto Cole che non gli rimane altro che lanciare un nuovo appello, un nuovo disperato grido di aiuto: gli rimangono solo diciotto minuti d’aria e poi sarà la fine. Nessuna risposta ancora. Non c’è corrente elettrica, i minuti scorrono inesorabili e intanto pensa, il professore, alla sua sciocca ingenuità: davvero credeva di farcela? Il tempo era cattivo sin dall’inizio, un guasto tecnico era inevitabile… come ha potuto non prevedere una simile catastrofica fine? “Perché non ci accontentiamo di vivere baciati dal sole, anziché sforzarci di toccarlo?” pensa Cole, mentre inizia a sorridere, poi a ridere, ridere sì, a crepapelle. Il professore sta morendo, sta per lasciare la vita e la Terra e per questo è fortemente dispiaciuto – cosa che gli sembra alquanto inopportuna, tanto da provare vergogna per questo suo sentimento. L’uomo controlla l’orologio: ecco, rimangono dodici minuti esatti di ossigeno. I primi tre li trascorre con il dito premuto sul tasto d’emergenza, pensando a quella sigaretta che ha in tasca e che non sarebbe poi così male accendere. Immagina, Cole, il sublime momento in cui la gusta, quasi sente il rumore appena percettibile della cenere che brucia, il fumo che sale al soffitto e che porta il suo pensiero a casa. Sembra quasi di vedersi in giardino, con la mano della moglie stretta tra le sue. Si risveglia dal dolce torpore dei ricordi misti a immaginazione e vede sopra l’oblò una strana figura: è sicuramente l’immagine della morte. È lo spettro venuto per portarlo via, nell’altro mondo. Il respiro accelera mentre il professore si toglie le scarpe, piega in maniera ordinata i calzini e si inginocchia per pregare quel Dio che ha sempre ripudiato, quel Dio in cui non ha mai voluto credere. Ci pensa un attimo Cole e vede la scena del ritrovamento del suo cadavere in posizione genuflessa: questo non gli sta bene per niente, l’idea di farsi ritrovare così proprio non gli garba. Non devono sapere che ha pregato, non devono pensare che negli ultimi istanti di vita Jeremiah Cole, in preda al panico, si sia rivolto a un essere superiore. Intanto invece prega Cole, e mentre si concentra su quella preghiera imparata da bambino un violento scossone scuote il batiscafo, facendogli sbattere la testa contro l’ormai morto pannello di controllo. Si rompe un dente, chiude gli occhi, poi li riapre e la vede bene quella sagoma che non è la morte, bensì la balena dal becco di True. Il cetaceo si agita a causa del trillo del sonar, impigliandosi così con la coda nel braccio meccanico dell’imbarcazione e nel tentativo di liberarsi va in arresto cardiaco, risalendo in superficie e trascinando con sé batiscafo e professore. Cole ha il cuore in gola per la grande fortuna che il destino gli ha regalato: è vivo ed è in salvo…

I fiori non dimenticano è l’ultimo libro di David Whitehouse, sceneggiatore e giornalista britannico, oltre che scrittore, collaboratore di testate come “Guardian” e “Times” e conosciuto per il suo apprezzato romanzo d’esordio Buon compleanno Malcom. Qui abbiamo tre personaggi molto diversi tra loro, le cui vite a un certo punto della narrazione convergono, sino a incastrarsi perfettamente e incastonarsi in un’unica cornice, che dà vita ad una storia curiosa, né semplice né semplicistica, fortemente articolata e alquanto originale. La vita di Peter, che decide di abbandonare tutte le sue certezze per andare alla ricerca di quattro fiori rari attraverso un viaggio che si rivelerà non solo fisico, ma anche introspettivo, incrocia l’esistenza di Dove, un uomo apparentemente senza passato che riesce a ritrovare parte del suo essere proprio grazie a Peter. Il fuoco della curiosità di Dove viene alimentato da una terza persona, che ritrova la scatola nera di un aereo, dando così all’uomo la possibilità di comprendere, se pur lentamente e con fatica, le sue vere origini. Lo stile di Whitehouse è semplice e lineare, la sua scrittura è limpida e capace di incuriosire e rapire il lettore pagina dopo pagina. Belle e precise le descrizioni dei luoghi, bella l’idea di parlare di culture e usanze differenti, in maniera piuttosto leggera, con un risultato di forte approssimazione, che appena sfiora il reale e apprezzabile intento dell’autore. Bella l’idea di utilizzare i fiori come punto di partenza per ritrovare se stessi, la propria identità e il proprio posto nel mondo. Quello che i fiori possono con la loro bellezza, il loro linguaggio e il loro profumo è tutto scritto in questo romanzo. I fiori non dimenticano è un libro carico di sentimenti, dove la linea che separa l’incanto dalla realtà è molto sottile e dove la ricerca della propria identità è il filo conduttore di un racconto che ammalia. Un messaggio forte e non banale quello di Whitehouse, un invito latente, quanto potente a non perdere mai di vista se stessi e la propria esistenza se si desidera dare felicità alla propria anima e a quella di chi ci sta accanto.