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I gatti di Hemingway e altri mici importanti

 I gatti di Hemingway e altri mici importanti
Non erano tre, ma trenta, quelli di Hemingway. Il preferito era Snowball, polidattile, grande amatore, despota indiscusso della popolazione felina di Key West. “Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all'uomo: attraversare la vita senza fare rumore” pensava tuttavia Ernest... Colette, invece, era talmente devota alla figura del gatto da diventare essa stessa seduttrice dai silenzi felini, col viso triangolare e gli occhi dalle pupille tagliate verticalmente.  “Credo che ogni gatto ami pensare di essere l'unico gatto esistente al mondo” diceva. E forse si specchiava... Master's Cat era invece la gatta sorda di Dickens. Quando decideva che era arrivato il momento in cui Charles doveva dedicarsi a lei, non esitava a spegnergli la candela con la zampetta. A quel punto  Dickens si domandava: “Mi chiedo se abbracciare il mio gatto così come faccio non sia lesivo delle sua dignità felina”...         
Un irresistibile sfregarsi vibrante e sibilato; mentre Il grande sonno, Il pasto nudo e Il taccuino d'oro venivano alla luce, c'era sempre un gatto a vegliare. Patrizia Tagliamonte poteva pur sfruttare la fama di grandi autori quali Raymond Chandler, William Burroughs, Doris Lessing, e invece questi passano quasi inosservati. Già, perché la scena deve essere solo dei loro piccoli a-mici. E quindi perché impressionare il lettore buttando lì un Bukowski, un Kerouac o un Twain, è pur sufficiente dire Charles, Jack o Mark. Le vere star sono Manx, Tyke e Katalina o Snowball, Yum Yum e Taki. Neppure le originali minibiografie alla fine del libro rendono giustizia alla solennità degli autori. Immaginiamoli pure ingobbiti su qualche sedia di vimini a battere a macchina, ciò che più ci interessa sono i passi felpati, l'impenetrabilità e l'irriverenza dei loro gatti. Sì, vogliamo immaginare un Simon's Cat per ogni autore citato. Perché più che dell'immagine della microsfinge, un po' intellettuale, appollaiata sulle bozze a vegliare sul sacro lavoro del proprio illustre padrone, è più divertente ammettere che l'insolente micio si trovi lì per attirare l'attenzione, per dimostrare che può essere più importante la tenerezza che un'opera letteraria. Insomma, un rimprovero vivente, della serie 'perché sforzarsi tanto a scrivere qualcosa di bello quando è sufficiente girare lo sguardo?' Un gatto è un poeta senza scrittura, essenziale senza troppo clamore, ma anche convincente senza la volontà di convincere. Ma che può anche trasformarsi nell'unico individuo al mondo in grado di capirti. Insomma, come dice Alessandra Scagliola, citata nel testo, “I gatti sono matti. Peccato che i matti non possano essere gatti”. E mentre scrivo questa recensione sogno anch'io un gatto che fa di tutto per farsi notare. Vorrei sentire un bicchiere che cade, lo sgranocchiare dei croccantini, il rumore delle unghie sui braccioli del divano. Lo desidero con tutto il cuore, dannata allergia.