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I gatti di Shinjuku

I gatti di Shinjuku

Dopo una giornata sfiancante di lavoro o in momenti in cui si è particolarmente giù di morale, una bevuta e due parole scambiate intorno a un bancone possono riportare la giusta serenità per sperare in un domani migliore. Questo perlomeno è il pensiero condiviso da molti giapponesi che, al sopraggiungere della notte, si avventurano per le vie di Goldengai in cerca di uno sgabello libero. Con i suoi piccoli bar uno di fianco all’altro, la sua atmosfera cristallizzata e sospesa tra contemporaneità e primo dopoguerra, questo piccolo mondo a sé stante nel quartiere di Shinjuku accoglie ogni notte avventori di ogni tipo, si impreziosisce di incontri e racconti, per poi dimenticare tutto al sorgere del sole. Anche Yamazaki Seita quella sera di un non ben precisato periodo della sua giovinezza è decisamente demoralizzato e il solo pensiero che attraversa la sua mente è quello di bere qualcosa per rilassarsi e accantonare per un momento la sua vita deludente. Yama fa un lavoro che non lo soddisfa. I suoi sogni sono stati infranti anni prima, nel momento in cui ha realizzato concretamente che essere daltonico non impattava soltanto sul suo modo di percepire i colori del mondo. “Colloquio non sostenibile da persone affette da daltonismo” è stata la frase che gli ha fatto capire di essere diverso. Un timbro apposto sulle offerte di lavoro delle varie aziende di suo interesse, che fossero case editrici, agenzie pubblicitarie o emittenti televisive. Nel suo peregrinare, Yama finisce in un piccolo locale, dal nome scritto con gli ideogrammi di fiore, pera e nuovamente fiore: Kalinka, come la canzone popolare russa. Il nome non è la sola stranezza di quel locale. I tre uomini seduti al bancone, chiaramente clienti abituali, sono impegnati in un gioco di scommesse alquanto particolare. Ad affacciarsi alla finestrella del locale sarà forse Presidente? Pop o Toto? Toto è uno hachiware, un gatto bicolore bianco e nero, Pop invece è tutto nero, Presidente è un tigrato. I diciassette soggetti delle scommesse sono immortalati su un foglio appeso dietro il banco, un simpatico ritratto di famiglia fatto dalla giovane barista del locale, Yume. Un boccale di shōchū, qualche delizioso yakitori di accompagnamento e anche Yama è pronto a giocare. Il prossimo giro di “Toh, un gatto” ha inizio...

Dopo Le ricette della signora Tokue (2018) e Il sogno di Ryosuke (2022), Einaudi torna a scommettere sulla penna scorrevole e intima di Durian Sukegawa. Copertina (colori caldi, immagini rassicuranti), titolo (chi non adora i gatti?) e ambientazione (i famosi bar giapponesi, anche in questo caso sorseggiamo qualcosa di più forte di un tè caldo) richiamano immediatamente l’ormai noto genere definito in Italia feel good, uplifting nei paesi anglofoni. La vicenda si colloca in uno dei quartieri più controversi di Tokyo, vivace, rumoroso, custode di innumerevoli love hotel e del quartiere a luci rosse, Kabukichō. Al suo interno, un intricato groviglio di stradine strette ospita il Golden Gai, una zona affollata e compressa in una dimensione che profuma di tradizione e antichità, in cui le anime più disparate si trovano gomito a gomito al bancone di un minuscolo bar/taverna (izakaya). Uno scorcio di una Tokyo a misura di uomo, piccola, bassa e dalle luci calde. Ci si strige a un piccolo bancone, abbarbicati su sgabelli. Si assaporano cibi semplici, si consuma la notte ascoltando l’eco della vita brulicante rimasta all’esterno, per concentrarci in quella sorta di intimità fugace, fatta di confidenze e incontri magici. Nel romanzo di Sukegawa, in qualche modo, si assaporano le stesse atmosfere del manga di Yarō Abe, La taverna di mezzanotte (da cui è stata tratta la serie Netflix Midnight Diner: Tokyo Stories). Gli stessi incontri fugaci, slice of life raccontati con delicatezza e semplicità. Dopo aver omaggiato la laurea in pasticceria con i dorayaki della signora Tokue, in questa storia un po’ autobiografica a dare i suoi frutti è sicuramente la vena poetica dell’autore, rispecchiata dal protagonista. Yama è abile nel creare componimenti, un po’ meno dotato nell’escogitare domande per i quiz televisivi, lavoro avvilente e poco stimolante che si trova costretto a fare in una società che gli impedisce l’accesso a molti impieghi. Un secondo elemento autobiografico è il daltonismo, qui individuato come fattore discriminante e responsabile della mancata coronazione del sogno del protagonista. Il messaggio principale è il medesimo degli altri libri appartenenti al genere, ma che non ci stanchiamo mai di ascoltare: le avversità si possono superare, ci si impegna a dare il massimo (l’immancabile Ganbatte!) per trovare un’alternativa, smettere di seguire passivamente una vita vuota per crearne attivamente una che ci rispecchi. Anche Yama saprà trovare le sue risposte nel quotidiano, nelle azioni semplice, come ad esempio i giochi di parole inventati da una giovane ragazza per curare le sue ferite e che casualmente gli apriranno le porte verso un futuro diverso.