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I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe

I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe

Se si prende in esame la situazione sociopolitica “negli ultimi venti anni, la Shoah è stata oggetto di intense e capillari attività commemorative in tutto il mondo occidentale”, parallelamente però a un incremento quasi esponenziale di manifestazioni e proclami razzisti e di intolleranza, proprio nei paesi in cui la politica della memoria è stata ampiamente promossa. Come si contrappongono ideologicamente le due parti? Le democrazie dispongono giornate della memoria (dello sterminio degli ebrei in particolare) cercando di ribadire i valori che le tengono salde al potere mentre dalla parte opposta i partiti sovranisti riaprono il baule, evidentemente mal sigillato, dei “rancori repressi e dei miti nazionali” per contrapporvisi. La parte liberale si caratterizza per la “feticizzazione della testimonianza come unico genere di discorso autorevole”, riempiendo il gap creatosi dopo la caduta del muro di Berlino, dove l’influenza degli Stati Uniti ha suggerito all’Europa di riunire i propri pezzi sparpagliati attaccandosi alla condanna del razzismo e alla politica del “mai più”; ancora, si assiste ad una “appropriazione del lessico dell’Olocausto da parte di soggetti interessati ad ammantare di universalità le proprie ragioni di parte” e si “privatizza la storia come patrimonio da spendere sulla scena pubblica”. I partiti xenofobi fanno del parassitismo la loro arma, sfruttando le azioni/idee degli avversari politici per affermarsi, “si atteggiano a vittime perseguitate da un establishment geloso dei propri privilegi, “intercettano tesi e posizioni tradizionalmente di sinistra per stornare la consapevolezza degli esclusi e degli oppressi su nemici immaginari (immigrati, rom, la casta); “dove assurgono al potere attivano politiche discriminatorie ai danni delle minoranze mentre sostengono di difendere i diritti calpestati delle maggioranze”, “diffondono notizie false mentre lanciano crociate contro la disinformazione”. Resta la domanda più pressante: come si è potuta verificare una simile contraddizione? Come è possibile che proprio nei paesi più attenti alla memoria si sia creato un fronte ultranazionalista e xenofobo?

Il saggio di Valentina Pisanty, docente di semiologia all’Università di Bergamo e studiosa dell’Olocausto e del relativo negazionismo oltre che del razzismo, pone molti spunti di riflessione: ad esempio, come si spiega che nei Paesi dove l’esercizio della Memoria, soprattutto ma non solo riguardo la Shoah, siano nati movimenti destroidi xenofobi? L’autrice, in modo talvolta eccessivamente complicato per chi non è avvezzo a un certo tipo di lettura, ma vuole comunque e giustamente approfondire argomenti che lo interessano, analizza le caratteristiche di un polo e dell’altro, della democrazia e della destra xenofoba, individuandone in modo particolare le incongruenze, come già espresso nella parte riassuntiva. Da apprezzare è la lucida determinazione con la quale Pisanty bacchetta una certa strumentalizzazione delle Giornate della Memoria, piegata cioè al compito di radicare ancora di più i principi democratici, ponendo questa come una delle ragioni che hanno portato alla nascita e allo sviluppo sia della destra xenofoba e antisemita sia del negazionismo. Il continuo martellamento del “mai più”, la continua rimembranza degli orrori della Shoah (l’autrice si sofferma soprattutto su questo), la continua richiesta di testimonianza ai sopravvissuti può creare un certo estremismo destroide e antisemita, ma, senza arrivare a questi livelli, certamente alimenta antipatia e “benaltrismo”; se si frequentano i social tutto questo risulta molto evidente. Una particolarità cui Pisanty non accenna è la difficoltà di dividere la straordinaria cultura ebraica e il popolo israeliano moderato, dalla politica di destra della Knesset nei confronti del popolo palestinese, soggetto alla sottrazione illecita delle loro case e a una continua repressione (un esempio: in questo terribile periodo di pandemia i palestinesi hanno un nullo o troppo complesso accesso al vaccino, mentre gli israeliani sono già alla quarta dose). La strumentalizzazione riguarda anche il lessico della Shoah, preso a prestito per definire altri genocidi o massacri e sottostà persino ad una scelta di priorità, come se esistesse una classifica del “io sono più vittima di te”. Esempio di casa nostra: destra e sinistra manifestano piena solidarietà il 27 gennaio, ma per la tragedia delle Foibe la sinistra è sempre stata molto parca nel ricordo (per non dire assente). Vi è un lungo passaggio del saggio che mi ha lasciato attonita, laddove Pisanty intercetta una forma di sistema autoritario nei regimi democratici (questa è una delle incongruenze che elenca) quando per legge vieta espressioni di destra o fasciste. Se non si ha la pazienza di arrivare verso la fine del libro, quando spiega che la libertà di espressione ha inevitabilmente dei limiti (e ci mancherebbe pure che l’apologia di fascismo e le dichiarazioni xenofobe non venissero redarguite) si può fraintendere il senso del discorso. Questo e l’uso di una terminologia tecnica e le varie digressioni, sicuramente utili allo scopo ma t prolisse, rendono la lettura noiosa. Un appunto: cari saggisti, non tutti i lettori che si avvicinano alle vostre opere sono addetti ai lavori e non sempre hanno la preparazione necessaria e sufficiente per capire ciò che intendete dire, eppure sono comunque interessati all’argomento che trattate. D’accordo l’analfabetismo funzionale, ma voi però non aiutate.