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I libri di Jakub

I libri di Jakub

La Podolia è una regione che, nel 1752, è incastonata fra la Russia, la Polonia, la Moldavia e l’Ucraina. Elisha Shorr è il rabbino più noto a Rohatyn, borgo vicino Lublino e poco distante dal castello di Kamieniec, noto per la sua biblioteca, per la sua sapienza e la sua saggezza. In quei giorni ospita parenti e amici che sono giunti da lontano per il matrimonio di uno dei suoi figli. Ma c’è un problema: Asher Rabin, il medico di famiglia, esce dalla stanza con una sentenza di morte, questione di ore e l’anziana Yente lascerà questo mondo. È stata una pazzia farla viaggiare, sottoporla a quello sforzo in quel momento di salute precaria. Elisha sa che sarebbe una sciagura celebrare un matrimonio con un morto, per questo si avvicina amorevolmente alla zia e le sussurra di resistere giusto il tempo di far terminare i festeggiamenti. Nessuno deve sapere della sua condizione, i bambini devono essere tenuti lontani, l’anziana donna deve risultare soltanto malata, ma non in fin di vita. Così fa Yente, entra in un profondo letargo nella stanza che accoglie cappotti, mantelli, pellicce: resta lì accucciata nel suo letto ed intanto pensa, ricorda, sogna, sogna anche sogni non suoi, sogni nei quali rivede e fa rivivere la storia del nuovo messia, Jakub Frank...

Ci sono voluti quasi nove anni prima che I libri di Jakub, apparsi in polacco nel 2014, fossero tradotti e pubblicati in Italia: probabilmente ha pesato su questo ritardo la mole corposa dell’opera (1.114 pagine), la distanza culturale e linguistica con la letteratura polacca, ma anche la complessità della strategia narrativa, esplicitata già nel complesso sottotitolo I libri di Jakub o il grande viaggio attraverso sette frontiere, cinque lingue e tre grandi religioni, senza contare quelle minori. Narrato dai morti, dall’autrice completato con metodo della congettura, da molti e validi libri attinto, e sorretto inoltre dall’immaginazione che dei doni naturali dell’uomo è il più grande. Memoriale per i saggi, riflessione per i compatrioti, istruzione per i laici e svago per i malinconici. Mai, come in questo caso, la lettura attenta di questo sottotitolo permette di avere un’idea del ginepraio letterario in cui ci si sta per imbattere, perché Tokarczuk, scrittrice, saggista, femminista, osteggiata dalla Polonia nazionalista, affronta la materia storica in modo non lineare, ricostruendo storie che si perdono nella notte dei tempi della Polonia e degli ebrei polacchi. Stessa sorte è toccata anche al romanzo più noto della scrittrice polacca, I vagabondi (romanzo uscito nel 2007, ma pubblicato in Italia nel 2019 subito dopo l’assegnazione del Nobel per la Letteratura), con cui I libri di Jakub condivide l’idea di fondo di una scrittura che attraversa confini, culture e tempo senza soluzione di continuità, raggomitolandosi poi in un tutt’uno narrativo che alla fine descrive un mondo fatto di tante storie collegate. A differenza de I vagabondi questo è però un romanzo storico, dal momento che Jakub Frank (‘straniero’) è stato personaggio realmente esistito e oggetto di forti e pesanti discussioni fra gli ebrei del XVIII secolo, con una specificità: è raro imbattersi in storie di eresia ebraica, nessun personaggio più di Jakub, sedicente messia, vicino all’Islam come l’altra figura di Sabbatai Zevi, vissuto a Smirne e convertito temporaneamente alla religione di Maometto per opportunismo e per scelta messianica (il messia si sacrifica per il suo popolo), può essere più significativo per spiegare lo scisma religioso consumatosi in Polonia, scisma dal quale nasce la stessa storia moderna della Polonia. E se la storia della Polonia passa attraverso la storia degli ebrei, le storie di Olga Tokarczuk attraverso la storia della Polonia ci raccontano la storia dell’uomo in Europa, le sue contraddizioni, le sue tensioni, i suoi sogni (molti degli episodi di Jakub sono sognati dalla nonna Yente, personaggio chiave di tutto il romanzo), l’aspirazione ad una cultura transnazionale e translinguistica che trova compimento in una riflessione del Padre Chmileovsky : “Non è forse questa l’unica strada possibile? Se gli uomini leggessero gli stessi libri, vivrebbero nello stesso mondo, e invece vivono in mondi diversi.” Un’utopia di pace di cui oggi abbiamo bisogno.