Salta al contenuto principale

I magnifici otto

copertina del libro

Un uomo di origini scozzesi, Stirling per sé stesso ed Estirlin per gli altri, si stabilisce nel piccolo paese uruguaiano di San José de las Cañas. Con lui arrivano il figlio Rawson, nato da una madre di cui non si sa nulla, e un sogno coltivato in silenzio: vedere quel villaggio diventare, finalmente, il capolinea della ferrovia. Un desiderio che non lo abbandona mai, nemmeno quando sorseggia gin, legge “The Guardian” o contempla il paesaggio sconfinato che lo circonda. Rawson cresce affascinato da quell’ostinata capacità di sognare e dalla forza con cui il padre custodisce quell’aspirazione, più preziosa di qualsiasi bene materiale. Estirlin condivide le sue fantasie soltanto con l’unico uomo che, “a quell’epoca, aveva abbastanza pazienza per ascoltarle”: Espino, esperto di telegrafia e compagno di lunghe conversazioni, con il quale ha spesso immaginato di percorrere a piedi le linee ferroviarie del Brasile, il grande paese del Nord. Ma ciò che rende Estirlin davvero straordinario non è soltanto la fede incrollabile in un sogno che gli abitanti del paese hanno ormai abbandonato. La sua vera singolarità risiede in un’abitudine tanto inspiegabile quanto naturale: morire ogni volta che se ne presenta l’occasione, per le cause più disparate, e tornare poi in vita come se nulla fosse accaduto…

Mario Delgado Aparaín è una delle voci più influenti della letteratura uruguaiana contemporanea. Nato in Uruguay nel 1949, è scrittore, giornalista e docente; la sua formazione ha contribuito in modo significativo alla valorizzazione della memoria collettiva del suo paese, tema che ritroviamo puntualmente in molte delle sue opere. La predilezione per la narrazione di vicende che riguardano uomini comuni, seppur impelagati in situazioni spesso spropositate, caratterizza una produzione letteraria vastissima. Tra i suoi romanzi più importanti figura La balada de Johnny Sosa (1987), considerato uno dei suoi capolavori e vincitore del Primo Premio Municipal de Literatura di Montevideo: una storia di resistenza e di dignità di fronte all’oppressione politica. La sua è una produzione che mostra una costante attenzione verso personaggi sì marginali ma che, grazie al loro modo di affrontare le peripezie che caratterizzano le loro storie, riescono a stagliarsi nettamente sullo sfondo delle vicende narrate. È ciò che accade ne I magnifici otto, romanzo che si inserisce nella tradizione del realismo magico latino-americano, incarnandone molti dei tratti salienti e avvicinando Delgado Aparaín ai grandi nomi del genere. Se da una parte la struttura narrativa presenta un’originalità tale da coinvolgere il lettore fin dalle prime pagine, dall’altra la difficoltà di definire con esattezza che tipo di libro si stia leggendo potrebbe disorientare chi si aspetta una narrazione più convenzionale. Ai momenti più dinamici se ne alternano altri maggiormente contemplativi che, seppur solo in alcune occasioni, sembrano voler incrinare quel velo di magia che permea l’intero romanzo e che non ha mai bisogno di grandi spiegazioni. Quello che potrebbe rappresentare il punto di forza della narrazione finisce così, a tratti, per diventarne anche l’anello più debole. Chi si avvicina al romanzo aspettandosi un western tradizionale resterà probabilmente spiazzato. Se invece si è alla ricerca di un libro in cui sogno e realtà convivono con naturalezza, allora I magnifici otto saprà offrire esattamente ciò che promette.