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I mangiafemmine

I mangiafemmine

Tullio è chino sulla tastiera del suo computer quando viene interrotto dall’incaricata all’ordine. Ha deciso di chiamare in questo modo le donne delle pulizie, perché trova quest’ultima definizione piuttosto inelegante. Tullio Ravasi, allora, si concede una pausa caffè. Pausa obbligata per lasciare il tempo all’incaricata all’ordine, appunto, di dare una rapida pulita alla sua postazione, prima di ritornare con la pulizia profonda della sera. Al distributore automatico, dove sceglierà un espresso senza zucchero, la stagista si scosta e gli permette di servirsi. Da un po’ di tempo a Tullio capita di vedere le colleghe d’ufficio nude. Le immagina così, mentre completamente svestite si piegano e recuperano la borsa dall’auto nel parcheggio sotterraneo. Oppure, come sta accadendo ora, gli succede di sentire il peso del seno della stagista calcolando la tensione della maglia che indossa. Per distrarsi le chiede notizie su come si trovi in azienda e se abbia intenzione di fermarsi, in caso di superamento positivo del periodo di prova. Alla risposta affermativa della ragazza, Tullio la incalza, la ragazza inciampa nelle parole; lui la accusa, neanche troppo velatamente, di mancargli di rispetto, mossa parecchio stupida per chi è ancora in prova. Ma una soluzione ci sarebbe, aggiunge: ci vorrebbe un bacino. E non sulla guancia, dove la ragazza di affretta a posargliene uno, dopo aver ingoiato un respiro, mentre Tullio Ravasi chiude a chiave la porta della stanza ristoro. Più tardi, quando Frida, sua moglie, lo accoglie al termine del lavoro, lo trova spento e di umore piuttosto nervoso. Frida Novelli ha atteso tutto il giorno che il marito rientrasse. Sua madre le ha più volte detto che il matrimonio è questo, sacrificio e attesa. D’altra parte, sempre secondo sua madre e tutti quelli che la conoscono, Frida è fortunata, perché ha un marito generoso e forte, che non le fa mancare nulla e che ha voluto che, una volta sposati, lei smettesse di lavorare, perché non vuole si stanchi: vuole pensarci lui ad accudirla. È un uomo serio, le dicono tutti, che la vuole tutta per sé, per offrirle una bella vita...

Giornalista d’inchiesta e attivista per i diritti civili, Giulio Cavalli racconta come la violenza di genere sia un problema profondamente ancorato alla cultura in cui si manifesta. Nella città immaginaria di DF, Tullio Ravasi comincia la sua lenta metamorfosi in topo; questo cambiamento comincia nel momento in cui l’uomo usa violenza nei confronti di una stagista sul posto di lavoro, ricattandola e promettendole un’assunzione certa in cambio di un rapporto sessuale. Lo stesso Tullio, poi, ucciderà la moglie Frida, casalinga per volere stesso del marito, che nel tempo l’ha isolata da tutto e tutti. E, quel che è peggio, è che ogni tipo di sopruso e violenza ricevuti dalla donna lungo tutto il periodo matrimoniale sono sempre stati giustificati da chiunque: ogni comportamento di controllo o di possesso da parte del marito ha rappresentato, agli occhi della società, una forma di cura e attenzione. Ecco il nodo centrale del romanzo di Cavalli: la cultura del possesso intesa come normalità, la città di DF vista come una società “normale” in cui nulla è fuori posto. E allora Tullio, e gli altri mangiafemmine che, come lui, nel romanzo fagocitano donne, mogli e compagne, incarnano la banalità di un male che non si vede, o si finge di non vedere. Un male in cui il femminicidio non è mai opera di un mostro, ma di una persona qualunque, figlia di una società maschilista e patriarcale secondo la quale è normale considerare la donna come un oggetto, di cui vantarne la proprietà, e di conseguenza deciderne il destino. Nel corso del romanzo, nella città di DF si arriva addirittura a considerare il femminicidio qualcosa di simile alla caccia e si avanzano proposte di legge per legalizzarlo: possono essere abbattute non le brave donne – mogli e madri servizievoli e, soprattutto, silenziose – ma le attiviste, le ribelli, quelle che rifiutano di considerarsi proprietà di un uomo. La storia che Cavalli offre al lettore è una profonda critica alla società e, soprattutto, al retaggio culturale di cui essa è ancora troppo intrisa. L’autore enfatizza una realtà che, purtroppo, si vive nel quotidiano e di fronte alla quale occorre farsi domande e cercare di trovare risposte, per arginare il problema che, come Cavalli stesso osserva, “non sono solo gli uomini che uccidono o che stuprano, il problema sono anche gli uomini che non uccidono e non stuprano, ma hanno il terrore di avere prima o poi bisogno di farlo”.