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I miei fantasmi

I miei fantasmi

Nel salotto dei nonni di Bridget ci sono le foto di quando la famiglia viveva in Venezuela, nel villaggio della Shell dove suo nonno era finito a lavorare perché a quel tempo per lui in Inghilterra non c’era proprio nulla. Nessuno voleva assumerlo. Nessuna occupazione si profilava all’orizzonte. Ma quegli otto anni dapprima considerati una forma di sacrificio ed espiazione si erano poi trasformati in una esperienza di cui conservare gelosamente i ricordi in diapositive in cui la famiglia era ritratta al mare, nei campi da tennis della piccola comunità inglese, a pranzi e gite di gruppo. Una vita da stranieri che avevano imparato a fare di necessità virtù. E in Venezuela era nata anche Helen, la figlia della coppia inglese, la donna che sarebbe poi diventata la madre di Bridget e di sua sorella Michelle. Helen, che appena aveva iniziato a parlare aveva trasformato il suo nome in Hen - a detta dei suoi genitori era segno di personalità e che per questo era diventato per tutti il suo nome imposto. Helen, che crescendo si era dimostrata una donna ottusa, accentratrice, manipolatrice, a tratti bugiarda e assolutamente negata come madre. Helen che con le sue figlie si rifiutava di avere un dialogo alla pari, che le liquidava con frasi fatte o con messaggi contradditori, e che a volte le obbligava a vivere i suoi stati di euforia immotivati, mentre altre le angustiava su quanto la vita dovesse essere presa così come si presentava. Era inutile ribellarsi a imposizioni sociali e familiari. Bisognava accettare un lavoro che non piaceva ma che si doveva fare (perché altrimenti che altro si poteva fare?) e accettare di sposare un uomo egocentrico e fanfarone (perché tanto tutti gli uomini sono uguali). Questo insegnava Hen alle sue figlie. Una madre passivo/aggressiva che criticava il mondo intero pur non accennando a nessun piccolo gesto per cambiarlo. Bridget cresce con questa donna e con un padre sadico e patologicamente bugiardo e quando da adulta è costretta a trascorre qualche giorno con Hen la resa dei conti sembra inevitabile, ma ogni famiglia ha sempre due facce e sa sempre confondere e sovrapporre traditori e traditi…

Se non fosse che la Riley possiede il classico umorismo inglese amaro e spiazzante, questo romanzo farebbe accapponare la pelle a ogni lettore per l’asprezza, il cinismo, la meschinità e la ferocia. Una storia familiare e sociale crudissima e che diventa pagina dopo pagina una spietata critica alla famiglia intesa come istituzione collettiva e come aggregazione di affetti e legami. Un luogo fisico e culturale in cui sopravvivere costa tanto. La protagonista cerca di farlo in ogni modo, prima subendo le angherie di un padre spaccone, poi i ricatti morali di una madre manipolatrice e infine quelli di entrambi attraverso una eredità di intenti, atteggiamenti e pensieri che Bridget cerca di soffocare e cancellare dalla propria esistenza. Più un romanzo personale e intimista, alla fine, questo della Riley che una saga familiare. Una storia nella quale viene istintivo al lettore identificarsi ma anche discostarsi per timore di farsi “accalappiare” troppo emotivamente da pagine di narrazione intensissima. L’alfa e l’omega di tutto il racconto rimane il differente approccio di ogni personaggio a quelli che possono essere considerati universalmente i legami di sangue. Coltivarli, accettarli con rassegnazione o reprimerli può significare destini differenti, ma in ogni caso lo scontro è inevitabile. La potenza della storia de I miei fantasmi merita una lettura attenta e accurata dalla prima all’ultima pagina e la traduzione di Tommaso Pincio è perfetta nel riportare anche la più piccola sfumatura del black humor tutto british dell’autrice.