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I miei genitori - Tutto questo non ti appartiene

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Bosnia, 1962. Andja Živkovic e Petar Hemon si sposano. Nel 1964 nasce Aleksandar, a cui si aggiunge Kristina cinque anni più tardi. In quel periodo la Jugoslavia era “un Paese stabile e tranquillo, soprattutto perché Tito aveva avuto la saggezza di stare alla larga dall’Unione Sovietica e dalla sua egemonia. E una Jugoslavia forte e relativamente aperta era risultata preziosa anche per l’Occidente che aveva fatto sentire il suo sostegno sotto forma di abbondanti prestiti”; in più, la convivenza tra le varie etnie era tenuta sotto controllo dal pugno di ferro del presidente. Sia la madre sia il padre avevano lavori fissi e remunerativi, in particolare Petar che aveva fatto molta carriera nel suo ruolo di ingegnere elettrotecnico. Nel corso degli anni però la situazione sociale ed economica del Paese inizia a vacillare e la morte del maresciallo Tito, il 4 maggio del 1980, getta la Jugoslavia in una forte instabilità: “le possibilità di sopravvivenza della Jugoslavia si ridussero ulteriormente quando il Paese perse il suo valore strategico dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la disgregazione dell’impero sovietico. Quando arrivò il momento di restituire i prestiti ricevuti, l’economia cominciò ad andare a rotoli, e la classe militare privilegiata – prevalentemente serba – si mise alla ricerca di nuovi leader”. Il risultato delle prime elezioni libere vede la vittoria dei partiti nazionalisti in tutte e sei le repubbliche della federazione, Slovenia e Croazia annunciano la loro indipendenza dando il la, di fatto, alla guerra. Quando il conflitto arriva anche in Bosnia e le truppe di Miloŝević iniziano la pulizia etnica di tutte le etnie non serbe, i genitori e la sorella di Aleksandar lasciano Sarajevo, nel 1993, e partono per il Canada: si stabiliscono a Hamilton, dove sanno esserci una folta rappresentanza ucraina (Petar è di origine ucraina). Aleksandar, un anno prima, è partito per gli Stati Uniti, dove però rimane bloccato perché l’aeroporto di Sarajevo è stato occupato dalla milizia serba. Tutta la famiglia Hemon è ormai lontana dal proprio mondo, dovendosi inventare una nuova vita in una nuova lingua in un ambiente a loro completamente estraneo…

Libro dalla struttura molto particolare, questo ultimo di Aleksandar Hemon. Il doppio titolo è necessario perché si tratta di due libri in uno, con due titoli diversi, due copertine diverse, una da un lato e una dal lato opposto. Un memoir sulla sua famiglia, una famiglia comune nella cui routine all’improvviso, come spesso succede, irrompe la Storia con tutta la sua deflagrazione e, da un momento all’altro, si diventa profughi, si migra in altri Paesi con tutto il bagaglio di incertezze, paura, disagio, aspettative. Il fulcro del romanzo ruota senza dubbio intorno alla memoria. Hemon ripercorre con dovizia di particolari (a dire il vero a volte anche eccessivi) la storia della sua famiglia, delle sue radici e ci restituisce la storia di un Paese forse non molto conosciuto prima della guerra degli anni Novanta, anche se solo pochi chilometri al di là del mare Adriatico. Hemon definisce Tito un “leader intelligente, anche se autoritario” che cercò di creare “un’identità civile che andasse oltre l’appartenenza etnica come elemento identificativo primario”: un minimo accenno alla pulizia che i “titini” fecero degli italiani e degli istriani negli anni della Seconda guerra mondiale gettandoli nelle foibe sarebbe stato però dovuto. Questa dimenticanza/omissione fa cadere di un gradino l’apprezzamento personale per l’opera; un recensore dovrebbe essere sempre super partes, togliersi dall’opinione soggettiva, ma quando si toccano certi valori universali, la scrivente cede. Scelta personale dell’autore, certamente, ne ha piena possibilità, stessa possibilità che un lettore italiano ha nell’indignarsi. La parte migliore, più accattivante e dove lo stile di Hemon si manifesta al meglio, con la sua ironia, la sua maestria nel rendere un avvenimento personale una metafora e costruirne una riflessione è senza dubbio quella che riguarda lui personalmente. Consiglio di soffermarsi sul concetto di casa e di lingua come identità.

LEGGI L’INTERVISTA AD ALEKSANDAR HEMON