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I poveri

I poveri

In che modo è possibile indagare il fenomeno della povertà? Come evitare elitarismi e sensi di colpa (così come nel suo appassionato Sia lode ora a uomini di fama James Agee si rivelava, nei confronti della povertà, “sincero al punto di disprezzare se stesso”), di “erigere un monumento da affiancare al Capitale nel cimitero dei pensieri svuotati”? È necessario osservare i poveri dall’esterno, “mostrare e confrontare” uomini e donne, felici o tristi, colti nella loro dimensione quotidiana, consapevoli dell’impossibilità di comprendere davvero il fluire delle loro vite nel tempo. Chiedere loro: “perché sei povero/a?”. Nei bassifondi di Klong Toey, in Thailandia, l’esile ex-prostituta Sunee si ubriaca per dormire e lavora in un’impresa di pulizie sotto un capo cattivo ed esigente. Spiega che, secondo la dottrina buddista, alcuni sono ricchi perché in una vita precedente hanno donato. È dunque il destino a determinare povertà e ricchezza? Alla stazione centrale c’è invece Wan, senza forze, malata, apatica, che replica con un soffio di voce: “Io penso di essere ricca”. La domanda posta agli uomini di Maifa’a, nello Yemen (“Perché Allah lascia che qualcuno sia ricco e qualcun altro povero?”), riceve in risposta: “Allah dona e Allah prende”; “Allah sceglie”; “Lo sa Allah”. Chi ha ragione? Una donna di nome Nina Solokova racconta di aver vissuto in sei in un minuscolo appartamento, ma in epoca sovietica questo rappresentava la normalità. Cosa si intende dunque con il termine arbitrario normale? Chi è il povero, quale soglia economica lo definisce tale? Si potrebbe affermare che Sunee sia meno povera di Wan che si autodefinisce ricca? Il ricco ha qualche responsabilità nei confronti della vita del povero? E se la povertà è soprattutto infelicità, si tratta di un’esperienza e dunque non è misurabile?

“Perché sei povero?”. Questa la domanda che il giornalista e scrittore statunitense William T. Vollmann, nel corso di una serie di viaggi intorno al mondo, rivolge ai suoi intervistati, tutti variamente collocabili sotto al termine-ombrello povertà, e che costituisce il punto di partenza e d’arrivo di questo suo consistente saggio-reportage, pubblicato per la prima volta nel 2007 sotto il titolo Poor People. Ogni intervistato ha in serbo una risposta diversa, in grado di sparigliare le carte e mettere in discussione la definizione stessa di povertà. Così, se per la thailandese Sunee la povertà è determinata dalle azioni compiute in una vita precedente, per Piccola Montagna e Grande Montagna, che abitano a Kyoto sotto il ponte della Shijo-dori, povertà è mancanza di un lavoro – anche se, in prima battuta, uno dei due afferma di non essere povero: “Se abbiamo un posto dove vivere, ci andiamo; se abbiamo un lavoro, lavoriamo”. Per Natalia e Oksana, “avversarie” sotto le guglie della cattedrale del Sangue Versato a San Pietroburgo, sono le circostanze – una puntura di zecca, la “corrente della vita”, la sfortuna di non sapersi adattare, – ad aver spinto le loro vite verso la soglia della povertà. C’è poi chi campa col minimo salariale ma si definisce comunque felice. Chi vive nella paura all’ombra degli snakehead giapponesi, invisibili trafficanti di esseri umani. Chi, più o meno consapevolmente, si immola per il progresso di una cittadina petrolifera nei fumi tossici dello zolfo. Senza pretesa di esaustività e anzi ribadendo più volte la fisiologica incompletezza del suo lavoro, Vollmann tenta una ricostruzione delle tante sfumature della povertà, arrivando ad ipotizzarne una descrizione basata su categorie non economiche, bensì “percettive” – otto categorie “capricciose” e mutevoli, che scandiscono in sezioni il libro e i racconti in esso contenuti: invisibilità, deformità, indesiderabilità, dipendenza, vulnerabilità, dolore, torpore, separazione –, mai arrogandosi il diritto di giudicare secondo i propri schemi un’esperienza che sa di non poter arrivare a conoscere davvero e che, in fondo, non desidera sperimentare sulla sua pelle, “perché significherebbe vivere la paura e la disperazione”. L’autore si contraddice, provoca, mette ripetutamente in discussione le premesse che fin lì l’hanno condotto e le conclusioni a cui di volta in volta approda. Una conoscenza in divenire, quella contenuta ne I poveri, che può solo a tratti incontrare sommarie spiegazioni o soluzioni – ed anche qui: la soluzione è davvero “più aiuti, distribuiti meglio”? Impegnativa ma sempre scorrevole la prosa di Vollmann, trascinante il suo ragionare, che si muove diagonalmente tra saggio, studio antropologico e reportage, sempre in bilico sul filo della narrativa. I poveri racconta un mondo dell’alterità dal fascino spesso doloroso e brutale, a tinte forti ma senza pietismi, avvalendosi di fonti di prima mano e di numerose fotografie scattate dallo stesso Vollmann durante i suoi viaggi. Un’analisi lontana dal voler proporre una visione univoca e che lascia inevitabilmente con molte più domande di quando si è iniziata la lettura. Al lettore, dunque, l’onere di seguirne la scia e di trarne, se non risposte, alternativi e fecondi spunti di riflessione.