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I pretoriani

I pretoriani. Soldati e cospiratori nel cuore di Roma

Il 28 ottobre del 312 d. C. nei pressi di Roma si fronteggiano gli eserciti di Flavio Valerio Costantino e del cognato Marco Valerio Massenzio. Entrambi rivendicano il titolo di imperatore ma comandano truppe molto diverse per provenienza, addestramento e organizzazione: il primo può contare su legioni di veterani delle campagne di Britannia e Gallia e su ausiliari celti e germani, il secondo solamente su soldati già appartenuti a eserciti di varia provenienza sconfitti dai Romani negli anni precedenti e su reclute italiane e africane senza esperienza di combattimento, ma in compenso schiera i pretoriani, le truppe d’élite acquartierate nel centro dell’Urbe che lo hanno sostenuto nell’ascesa al trono. Il destino di Massenzio e delle coorti pretorie è indissolubilmente intrecciato e Massenzio lo sa, tant’è vero che ha onorato e favorito i pretoriani in ogni modo nei mesi precedenti e si aspetta da loro devozione assoluta. Lo scontro si risolve sin da subito in un disastro per le truppe di Massenzio, che cade nel Tevere e affoga assieme alla sua cavalleria in ritirata a causa del crollo di un ponte mobile. Gran parte della fanteria sbanda: gli unici a non perdere la testa sono i pretoriani, addestrati e determinati nonostante siano intrappolati con le spalle al fiume, incalzati e senza speranza di vittoria: “Quelli che non vengono sospinti nel Tevere dall’impeto degli avversari coprono con i loro cadaveri le posizioni difese fino alla fine con strenuo vigore, forse in un’ultima scintilla di orgoglio”. Nei giorni seguenti, dopo aver conquistato il trono, il nuovo imperatore Costantino scioglie le coorti pretorie, demolisce le caserme dei pretoriani e spedisce i pochi superstiti a presidiare i pericolosi confini settentrionali dell’Impero. La stagione dei pretoriani finisce così, nel sangue e nella damnatio memoriae. Finiscono i privilegi, gli onori, il peso politico che hanno avuto per secoli…

Oggi il termine “pretoriano” ha assunto una sfumatura dispregiativa: chiamiamo spesso così “sgherri armati al servizio di personaggi potenti, crudeli e tirannici”. Ma è una visione ingenerosa e distorta e Marco Rocco, ricercatore presso l’Università di Padova e studioso di Storia militare romana, ce lo dimostra ripercorrendo la vicenda delle coorti pretorie sin dall’alba dell’età imperiale, quando – dopo diversi riferimenti a truppe d’élite selezionate di volta in volta da Publio Cornelio Scipione Africano, Gaio Mario, Marco Petreio, Gaio Giulio Cesare, Ottaviano e Marco Antonio – si legge in un testo risalente al III secolo dello storico Cassio Dione Cocceiano che nel gennaio del 27 a. C. Ottaviano, durante la sessione senatoria in cui ottenne il cognomen Augusto, “fece votare un decreto che assicurava alla guardia pretoriana un compenso doppio rispetto a quello elargito agli altri soldati, in modo tale da disporre di una guarnigione fidata”. I pretoriani erano sentiti dal princeps come soldati “suoi” personali, che prestavano uno speciale giuramento di fedeltà direttamente a lui. La forza di questo legame aumenta ulteriormente con i successori di Augusto, fino a rendere i pretoriani vere eminenze grigie della politica imperiale. Come scrive Rocco, “(…) La proclamazione stessa dei Principi dipese in misura crescente dalla volontà, talora dal capriccio, di quel corpo di truppe che costituiva il più ingente esercito presente in Italia”. Di questi soldati che per secoli vissero e operarono nel cuore stesso dell’Impero di Roma questo saggio – con ricchezza di documenti e precisione storiografica ma senza rinunciare alla leggibilità – descrive dotazioni militari, addestramento, carriere, vita quotidiana, vittorie e sconfitte, ascesa e caduta.