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I pugnalatori

I pugnalatori

L’avvocato piemontese Guido Giacosa, patrocinante in Ivrea e in seguito “Avvocato dei poveri” a Modena, viene nominato con Regio Decreto, Sostituto Procuratore Generale del Re presso la Corte d’Appello di Palermo. È il 1862, l’Unità d’Italia è fresca di proclamazione, ma l’onesto magistrato sabaudo, conservatore ed antigaribaldino (i Savoia si sono serviti del fervore barbuto e rossocamiciato ma “Arrivederci e grazie, niente teste calde ora”), capisce subito quanto poco unisca il Piemonte e il Modenese alla realtà siciliana. La grana pesante arriva subito: una serie di accoltellamenti in strada, aventi per obiettivo passanti casuali, avvengono in contemporanea in luoghi diversi di Palermo. Numerose le vittime, tutti uguali i “pugnalatori”: stessa foggia, acconciatura, aspetto ed abiti, come se il medesimo attentatore fosse stato presente nello stesso momento in più punti della città. È il panico. Un panico che porta la popolazione a rimpiangere l’ordine e la sicurezza garantita dal dismesso Regime Borbonico (ordine e sicurezza esistiti mai, eppur rimpianti sempre). Facile orientare i sospetti verso il “partito esagerato”, quello dei rivoluzionari, Giacosa non aspetterebbe altro. Eppure quando le indagini conducono invece al Clero ed al Principe di Sant’Elia, ex borbonico ora fedele Senatore del Regno, ma non per questo meno incline a rifarsi eventualmente borbonico (e assieme a lui tanti altri), le cose si intorbidiscono. L’onesto conservatore Giacosa vorrebbe arrivare ad una verità istruttoria andando invece ad impaludarsi sempre più in una mentalità che da piemontese non comprende, attraversata inoltre, da meccanismi di potere trasversali che gli sfuggono costantemente di mano. Auguri per l’inchiesta, Procuratore del Re...

Molte sono le ragioni per cui gli scritti di Leonardo Sciascia meritano sempre una costante attenzione: una è quella di carattere formale utilizzata dall’autore come sapiente escamotage che, attraverso la posposizione del soggetto nei periodi, fa sì che il senso compiuto delle frasi arrivi unicamente proiettando in avanti la lettura e mantenendo il filo di un discorso ricco di incisi da tenere a mente. L’altra consiste nel fatto che, anche in un saggio storico come I pugnalatori, Sciascia riesce a rivestire le vicende di quel manto d’indagine giallistica nella quale nessun elemento risulta inutile o elargito a caso, non consentendo distrazioni di sorta. Un’altra ancora è quella che vede, nell’analisi dei fatti e delle cose umane attraverso le considerazioni a latere, il formarsi di una coscienza critica destinata ad entrare nel bagaglio del lettore –rimanendovi per sempre- anche a libro consumato, riposto sullo scaffale, gettato via o bruciato che sia. L’acume, la capacità d’osservazione, la conoscenza delle molteplici sfaccettature dell’animo umano acquisite attraverso una vita vissuta con la pelle esposta consapevolmente a collezionare cicatrici, accomuna Sciascia ad Indro Montanelli, condividendo con quest’ultimo un inevitabile disincanto scettico che trova un salvifico rifugio nell’ironia, nel sarcasmo, nel divertito cinismo dell’idealista che finge di non lasciarsi scottare da una realtà che mostra quasi sempre il suo volto più miserabile. I pugnalatori esce per Einaudi nel ’76 ed è più che evidente il parallelismo dei fatti criminosi che smuovono a sdegno la popolazione palermitana del 1862, con la “strategia della tensione” in corso negli anni ’70 del Novecento. Il potere ex borbonico che veste gattopardescamente gli abiti del potere sabaudo non escludendo di poter di nuovo indossare quelli appena dismessi, è un chiaro richiamo a tutto l’apparato ex(?) fascista che, grazie ai desiderata americani, agiva in parte istituzionalmente, in parte nell’ombra (piano “Stay behind”, mafie varie, massoneria “deviata” che deviata non è, Servizi “deviati” che deviati non sono mai, nonché manovalanza di criminalità comune), non escludendo per l’Italia una deriva “greca”. I processi lacunosi o addirittura insultanti per il buonsenso e per la logica, le ingerenze di Camera e Senato quando le indagini salgono troppo in alto, le prove documentali che spariscono “inspiegabilmente” quando sono in mano allo Stato... Viene da pensare che “inspiegabilmente” sia la parola usata dalle Autorità proprio quando la spiegazione comincia a farsi, pericolosamente, più che spiegabile...