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I quaderni di Malte Laurids Brigge

I quaderni di Malte Laurids Brigge

11 settembre, primi del Novecento, rue Toullier. La gente viene a Parigi per vivere, ma la verità è che vi muore. Passeggiando lungo la strada Malte osserva le facciate degli ospedali, vede un uomo che vacilla e cade, una donna incinta si appoggia a un muro. L’odore è intenso, l’odore che d’estate si amplifica: frittura, jodoformio, paura. Avanza e si trova di fronte un Asyle de nuit (una “casa cieca”), vicino una carrozzina con un bimbo grasso e verdastro, la fronte solcata da un’eruzione cutanea. Il piccolo dorme e respira gli odori della città. “Essenziale è vivere. Questo era l’essenziale”. Dove Malte alloggia tiene sempre la finestra aperta e i rumori lo raggiungono: i tram elettrici infuriano scampanellando, una porta sbatte, un vetro cade, rumore di frammenti. Qualcuno sale le scale, una ragazza strilla, qualcuno chiama, la gente corre, un cane abbaia. Questi sono i rumori che gli fanno compagnia, a essere terribile è il silenzio. Si trova a Parigi da tre settimane, se ne rende conto mentre scrive una lettera, come si è reso conto che solo adesso ha cominciato a vedere ciò che lo circonda. Osserva i visi delle persone, visi che cambiano, che si consumano. Soprattutto i visi dei poveri. Ha paura. Paura di ammalarsi e di essere portato all’Hotel-Dieu, dove di certo morirebbe. A Parigi è facile morire, specialmente falciato da un omnibus in corsa. E l’Hotel ha ben 559 posti per morire, si muore in fretta e “si muore dove capita”. Pensare alla morte lo porta a pensare alla casa in cui è cresciuto, a Ulsgaard e a suo nonno, il ciambellano Christoph Brigge, che in quella casa è morto “nella sua uniforme turchina da cui traboccava, al centro del pavimento, e non si muoveva”. La morte in quella casa è stata come una presenza che ha aleggiato per dieci settimane, assillando tutti, domestici e animali...

“Ma i versi, ahimè, significano così poco, se scritti presto. Si dovrebbe aspettare a farne, raccogliere saggezza e dolcezza per una vita intera, una vita lunga, se possibile, per riuscire forse, alla fine, a scrivere dieci righe che sono buone”. Questo il pensiero del ventottenne Malte, nobile danese decaduto, che durante il suo soggiorno nella più celebre delle città, cerca di raccogliere i propri pensieri e le proprie, ancora esigue, esperienze di vita. Consapevole del recente risveglio della sua sensibilità, che solo ora viene addestrata a comprendere cosa sia la vita, attraverso i volti stanchi della massa umana e attraverso la morte. Rincorre i fantasmi dell’infanzia ravvivando paure mai affrontate, sono tremende le descrizioni delle sue visioni, dell’ospedale, dei miserabili malati. Umanità reietta, trattata con disgusto dai più e a cui Malte cerca di non somigliare. Tutto il libro è percorso dalla sua paura di essere smascherato come membro di quella massa umana, lotta per apparire superiore, cura l’aspetto, i modi, l’igiene, tutto per sfuggire al giudizio, e se percepisce di fallire se ne vergogna. Il romanzo ha una gestazione di circa otto anni, viene pubblicato per la prima volta nel 1910 (in Italia nel 1929), mescola esperienze personali del celebre poeta e drammaturgo di origine austrica Rainer Maria Rilke (1875-1926) e invenzione letteraria. Emerge un linguaggio lirico, influenzato dalla poesia di Baudelaire, dagli scritti di Nietzsche e dall’approccio onirico e simbolico dell’epoca. Rilke nel periodo che trascorre a Parigi frequenta a lungo lo scultore Rodin, su cui scrive un saggio monografico pubblicato nel 1903 (Rodin era il maestro della moglie di Rainer, Clara, una scultrice sposata dal poeta nel 1901). Il romanzo edito da Adelphi è tra le opere più apprezzate dell’autore ed è arricchito da un saggio di Giorgio Zampa, che ha tradotto e curato il volume.