Salta al contenuto principale

I quindicimila passi

I quindicimila passi

Thomas Boschiero conta i passi. Da casa sua alla questura, millecinquantatré. Da casa al tabaccaio, settecentonovantuno. Ma il numero dei passi all’andata e al ritorno non sono mai uguali tranne in un caso estremamente particolare: il percorso che lo porta dal notaio Strazzabosco, quindicimila passi. Il numero torna perfettamente e questo evento così unico e raro diviene il motivo per raccontare il tragitto e i mille pensieri che sono nati percorrendo l’immaginario “bosco di roveri” che, in realtà, è fatto solo di traffico, cemento e obbrobri urbanistici, in una Vicenza diventata una scheletrica e grigia wasteland, una città apocalittica, invasa da villoni recintati, dove gli alberi sono stati tutti abbattuti e l’aria che si respira è velenosa. Sono passati dieci anni dalla scomparsa di sua sorella, ora dichiarata morta: i ricordi si fanno spazio tra l’ossessione compulsiva del contare e riportano a galla una vita familiare difficile. Due genitori morti prematuramente, colpevoli di abbandono, una sorella tuttofare, degna sostituta dell’amore genitoriale e anche un fratello, sparito anch’esso, volatilizzato nel nulla, non prima, però, di aver lasciato un segno indelebile nella vita di Thomas, un segno che è croce eterna, che spinge alla fuga e al suicidio ma anche a rigettare queste idee nella speranza di ritrovarsi, di riabbracciare un grande affetto svanito nel nulla e diventato tarlo per la mente fragile di chi è rimasto. Il resoconto della strada che divide la grande villa di famiglia dallo studio del notaio diviene un espediente per raccontare idee, debolezze, rimorsi: la colpa di non essersi lasciato alle spalle nessuno pagata ogni giorno con la solitudine profonda di una vita senza amore, il disagio psichico che si fa follia man mano che il tragitto procede in mezzo alle rovine, alla cancrena industriale e la consapevolezza di un orrore che investe con tutta la sua forza, come un treno in piena faccia...

Vitaliano Trevisan ci ha lasciati nel gennaio 2022, a seguito di un tragico gesto volontario: aveva 61 anni e una vita in bilico tra successi (cinematografici e letterari) e disperazione. Leggendo I quindicimila passi non si può fare a meno di pensare che il suicidio facesse parte della vita dello scrittore da anni (il libro è del 2002): la tematica, infatti, è narrata nel dettaglio, immaginando metodi e varie possibilità, scandagliando motivazioni e probabili rimorsi. Più in generale, è la tematica del disturbo mentale al centro di questo notevole romanzo, vincitore del premio Campiello Europa: è sicuramente un libro che fa prigionieri, in quanto, dopo averlo letto, diventa impossibile pensare, vedere il mondo allo stesso modo di prima. Le elucubrazioni lucide ma allo stesso tempo inebriate di follia del protagonista entrano sottopelle e bruciano: la terra veneta, il suo forte cattolicesimo, l’isteria architettonica, il massacro del verde in favore del cemento, la pochezza delle persone votate solo al denaro, tutto, tutto diviene chiaro, anzi lampante ma soprattutto agghiacciante. Non c’è via di scampo alla colpa, non c’è salvezza: la storia di Thomas che conta i passi per non dare spazio ai pensieri ma che, allo stesso tempo, viene invaso da quest’ultimi con la loro forza rapace, distruttiva, ebbene, questa terribile storia è probabilmente la stessa vita di Trevisan che nessuno ha compreso, che ci rende tutti un po’ colpevoli di aver deviato lo sguardo, l’attenzione. L’autore, infatti, non ha voluto far altro che raccontare se stesso, la sua terra, la sua idea di esistenza attraverso le vicende di Thomas e dei suoi fratelli e l’epilogo finale, tragicissimo, è la conferma che gli intenti di Trevisan sono riusciti nello scopo di “cambiare gli occhi” a noi lettori. Una mente assediata, una liberazione, forse una fuga raccontata nell’arco di quindicimila passi a piedi: un orrore costruito da un’anima spezzata, un imponente storia di fantasmi da assaporare a piccoli sorsi.