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I racconti del mistero

Un ragazzo “ostinato, schiavo dei capricci più sfrenati, in preda a passioni incontrollabili”, che chiameremo William Wilson (il nome non è poi così lontano da quello reale), viene spedito dai genitori benestanti in un vetusto collegio sito in un nebbioso villaggio inglese. Entro “le massicce mura di quel venerando istituto”, in quella cupa e gotica atmosfera, il ragazzo trascorre cinque anni. Scopre ben presto che un suo omonimo frequenta lo stesso collegio e che – quale incredibile coincidenza! – vi è entrato il suo stesso giorno. “L’altro” William Wilson compete ostinatamente con lui negli studi, nei giochi e nella lotta, sebbene non abbia la sua stessa capacità di eccellere. Molti a scuola pensano che i due siano fratelli, e quando William scopre che il suo omonimo è nato anch’egli il 19 gennaio del 1813 comincia a sospettare che ci sia sotto qualche mistero… 1808. In una gelida e puzzolente cella della prigione dell’Inquisizione a Toledo, un condannato a morte si sveglia da un delirio gravido di sogni e si ritrova nel buio più assoluto. Cerca di non farsi prendere dal panico e inizia a ragionare: con le mani tocca un muro di pietra liscio e sdruccioloso, si alza in piedi a fatica e inizia a percorrerlo a tastoni, cercando di definire la grandezza della cella. Ma dopo un po’ crolla sfinito e si addormenta: al suo risveglio trova accanto a sé una pagnotta e una brocca piena d’acqua, si rifocilla e ricomincia la sua misurazione del perimetro della cella, che risulta circa di 100 passi, ma dalla forma non perfettamente intuibile così al buio. Il prigioniero allora cerca di misurare anche il diametro della cella e prova dunque ad attraversarla avanzando nelle tenebre più totali, senza più il rassicurante appoggio della parete. Fa solo una decina di passi e poi inciampa e cade faccia a terra: è la sua salvezza, perché scopre in questo modo che al centro della cella c’è un pozzo profondissimo. Se avesse mosso un solo altro passo, sarebbe precipitato in quel pozzo andando incontro a sicura morte. Ma gli orrori della prigione dell’Inquisizione non sono ancora finiti… Una giovane coppia ama tantissimo la compagnia degli animali domestici e possiede uccellini, pesciolini, un cane, alcuni conigli, una scimmietta e un gatto. Quest’ultimo è “un animale bellissimo, di grossezza notevole, tutto nero e straordinariamente intelligente”: si chiama Pluto ed è il preferito dell’uomo, che passa molto tempo a giocarci, gli dà solo lui da mangiare e fa persino fatica a impedirgli di seguirlo quando esce di casa. Passano gli anni e il carattere dell’uomo cambia drasticamente in peggio a causa dell’alcol: è ogni giorno più scontroso, più irritabile, più incurante dei sentimenti altrui, arriva a insultare e persino picchiare la moglie. Naturalmente anche gli animali domestici soffrono di questo mutamento di carattere: l’uomo li trascura e maltratta. Una sera, tornato a casa ubriaco fradicio, afferra Pluto in malo modo e il gatto, spaventato, lo morde: l’uomo, inferocito, si toglie di tasca un temperino e cava un occhio alla povera bestiola…

Nonostante lo scarsissimo successo che ebbe in vita e l’antipatia dichiarata di alcuni mostri sacri della letteratura come Henry James e T. S. Eliot - che liquidò i suoi scritti come “pre-adolescenziali” - oggi praticamente nessuno mette in dubbio la assoluta grandezza di Edgar Allan Poe, la cui eredità peraltro è ben riconoscibile in molti ambiti della narrativa contemporanea, di genere e non. Altrettanto unanime è l’opinione che il suo meglio Poe lo abbia dato nei racconti, che sono usciti praticamente tutti in tre antologie che lo scrittore all’epoca intitolò rispettivamente Tales of the Grotesque and Arabesque, The Prose Romances of Edgar A. Poe e Tales by Edgar A. Poe. Questo volume non è la riproposizione fedele dei Tales of the Grotesque and Arabesque, rispetto alla versione originale ci sono racconti in meno e racconti in più, però contiene davvero quasi tutti i capolavori di Poe. Cosa intendeva per “grottesco” e “arabesco” il genio di Boston? Non certo il riduttivo “mistero” del titolo italiano: il senso di quegli aggettivi, nella prima metà dell’Ottocento, era forse riconducibile più a qualcosa che oggi chiameremmo gotico (grotesque) e weird/esotico con un quid di satirico, di caricaturale (arabesque). Il secondo ingrediente, attenzione, è assolutamente decisivo nello stile di Poe, malgrado l’atmosfera macabra e maledetta che siamo abituati ad associare alle sue storie. In realtà in Poe l’orrore è strettamente legato all’umorismo, alla satira: il suo tono è sempre sottilmente ironico, i richiami alla società e alla cronaca dei suoi tempi sono frequenti malgrado le ambientazioni spesso esotiche o lontane nel tempo, apparentemente allucinate e febbrili. Come ricorda Giorgio Manganelli, storico traduttore e curatore di Poe, nella introduzione al presente volume, lo scrittore americano rispondeva all’accusa di indulgere a una fantasia morbosa facendo notare: «È come accusare un astronomo di occuparsi troppo di astronomia». E lo stesso Manganelli aggiunge: “Certo che Poe era un ciarlatano: non vi era altro modo per scrivere ciò che egli voleva e doveva scrivere. La sua figura retorica fondamentale è l’iperbole, perché egli deve essere insieme il guitto nevrotico, e il nevrotico inventore e possessore del mondo”. A ventisette anni, Edgar Allan Poe si trasferisce a Richmond assieme a Maria Clemm e sua figlia Virginia, che sposa poco dopo malgrado la ragazza non abbia ancora compiuto quattordici anni. Il matrimonio, nonostante le premesse, va anche bene se non fosse per i gravissimi problemi economici: Edgar e Virginia sono costretti a spostarsi a New York City e Philadelphia in cerca di fortuna e le collaborazioni giornalistiche di Poe bastano a malapena per vivere. Nel 1840 l’editore Lea & Blanchard, che voleva sfruttare il successo ottenuto dal racconto Il crollo della Casa degli Usher uscito qualche mese prima sulla rivista “The Graham’s Lady and Gentleman’s Magazine”, decise di pubblicare Tales of the Grotesque and Arabesque, l’antologia d’esordio di Poe, in due volumi. La gioia di Edgar e Virginia per quel traguardo così a lungo sognato durò ben poco, perché allo scrittore non vennero pagate nessun tipo di royalties, ma solo date in omaggio 20 copie (c’è chi dice 25, ma la sostanza non cambia) del libro. Le royalties del resto sarebbero comunque state esigue, perché il libro non vendette quasi nulla, tanto che quando nel 1841 Poe propose all’editore di pubblicarne una nuova versione con otto racconti in più, quello rifiutò recisamente. Una vicenda che oggi ci pare incredibile, impensabile, inaccettabile vista la qualità straordinaria dei racconti contenuti dell’antologia: veri e propri classici immortali come William Wilson, Una discesa nel Maelström, La maschera della morte rossa, Il pozzo e il pendolo, Il gatto nero, Manoscritto trovato in una bottiglia, Berenice, Morella, Ligeia, I delitti della Rue Morgue, Lo scarabeo d’oro, Il cuore rivelatore e altri ancora, tutte storie memorabili, capolavori che – riprendendo un’edizione del 1919 – BUR Rizzoli per la collana Deluxe ci propone in un volume di grande formato impreziosito dalle suggestive, bellissime illustrazioni in bianco e nero di Harry Clarke, figura di spicco dell’Irish Arts and Crafts Movement, che qui unisce al gusto Art Noveau e Art Deco una vena di macabro surrealismo.