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I ragazzi di sessant’anni

I ragazzi di sessant’anni

Hanno sessant’anni ma non se li sentono. Non si considerano dei quasi-anziani; sono ancora in grado di leggere abbastanza bene anche senza occhiali; utilizzano lo scooter anche in inverno, quando la temperatura è sottozero, e hanno ancora parecchi capelli in testa. Qualcosa è cambiato, certo: ci sono rughe intorno agli occhi, sul collo ci sono parecchie grinze, sul torace sono apparsi i primi peli bianchi. Tuttavia, si sentono esattamente come erano prima, anche più definiti rispetto al passato. Si sentono ragazzi di sessant’anni, ancora saldamente legati alla vita e capaci di fare esattamente tutto ciò che facevano da giovani. Inoltre, senza rendersene conto del tutto, hanno cominciato a combattere contro il trascorrere del tempo. Hanno costruito una minipalestra, magari nel garage di casa, dove cercano di dedicarsi all’attività fisica diverse volte alla settimana per mantenere una certa tonicità. Utilizzano creme specifiche per il viso, che prevengono l’affaticamento della pelle e spianano le prime rughe. Quando, una volta a settimana, si danno appuntamento in pizzeria con gli amici e parlano di qualsiasi cosa – dall’amico che si è isolato dal mondo all’aspetto fisico di una conoscente comune o al destino incerto delle sale cinematografiche dopo il virus – si sentono addosso diciotto anni. Quando entrano in un ufficio pubblico e lo sguardo di una donna, una bella donna, indugia sulla loro figura tutto sommato ancora dignitosa, sono convinti di avere una quarantina d’anni. Quando infine al lavoro il nuovo collaboratore di turno si rivolge loro con il tono altezzoso tipico della gioventù, allora si sentono pronti per la casa di riposo e la sensazione è quella di essere dei vecchi. Se un ragazzo di sessant’anni vede un coetaneo dimagrito eccessivamente o ingrassato, invecchiato o incartapecorito, allora prova un segreto moto di gioia, perché il dramma è occorso a qualcun altro e non a lui. Si vergogna di sé, non vorrebbe avere questi pensieri, ma li ha e non può farci nulla. Col tempo ha accettato la parte più meschina di sé e ha deciso di conviverci...

Romolo Bugaro – drammaturgo e scrittore padovano – affronta nel suo nuovo romanzo una realtà che lo riguarda da vicino – è del 1961 – e lo fa con ironia venata di malinconia. Secondo l’autore l’età non è altro che una decisione. Ciascuno può scegliere in maniera del tutto autonoma “quanti anni avere, che tipo di vita condurre, come vestirsi, cosa fare”. Inoltre, aggiunge Bugaro “sui sessant’anni ci sono tantissimi luoghi comuni: si diventa riflessivi, saggi... cavolate. In realtà, i sessant’anni sono spesso un’età di rivolta, anche contro se stessi. Fai i conti con le strade sbagliate che hai preso, diventando anche intransigente. Un’età di contraddizioni, in cui l’esperienza è maturata, sai come gira, ma hai voglia di cambiamento”. Ecco allora che nasce questo romanzo in cui i protagonisti, anzi il protagonista, è un plurale singolare fortemente simbolico. I “ragazzi di sessant’anni” altri non è che il marito di Stefania, che ha una moglie, appunto, e due figli; ha un buon lavoro e un numero di amicizie che via via si dirada. I ragazzi di sessant’anni, nonostante la realtà intorno a loro cambi senza sosta, continuano ad avere sogni, qualche rimpianto forse, desideri, fragilità e paure. Litigano con gli ottantenni e temono i quindicenni; si tengono in forma e gioiscono in cuor loro quando i coetanei mostrano i segni del tempo che passa e loro ancora no; ricordano amori passati che ancora risuonano loro in testa e continuano a sorridere, nonostante tutto. Un romanzo intriso di ironia, in cui si parla dell’età interiore che ciascun individuo si sente e in cui resta a lungo cristallizzato; si affronta il tema della morte, verso la quale si prova ora paura ora desiderio di ignorarla; si mostra come, crescendo, si realizzi che tutti percorrono in fondo la stessa strada e maturi quindi una maggior empatia nei confronti degli altri, mentre la propria singolarità finisce per attenuarsi. Un racconto divertente e profondo insieme, consigliato a chi sessant’anni li ha ora, ma anche a chi li ha già superati e a chi li vede ancora molto, molto lontani.