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I ricordi degli altri

I ricordi degli altri

È mattino presto e una mosca fastidiosa le si posa ripetutamente sul volto. È così invadente che sembra volerle entrare in testa, spargendole addosso tutta la sporcizia accumulata. Non è una mattina come le altre poiché sono esattamente quindici anni che suo padre è morto. Il ricordo di quella terribile giornata è un trauma ancora vivo, scolpito nella memoria. Anna si trova sul treno, di ritorno da una gita scolastica. È quasi giunta in stazione e con sguardo impaziente scruta la banchina alla ricerca di “un uomo con un cappello di feltro”. Anna adora suo padre e cerca in ogni modo di compiacere quell’uomo così intuitivo, elegante ed eccentrico, diverso “dagli altri papà della scuola in jeans e sneakers”. Quell’eroe gentile e raffinato, brillante intellettuale e grande estimatore della pittura rinascimentale, non mantiene però la promessa fatta. Anna non trova suo padre ad accoglierla al rientro, è invece la madre ad attenderla in stazione insieme ad Erika, una fidata amica di famiglia e Molly, sua sorella. Anna è profondamente delusa poiché tutto il viaggio si basava su quella piacevole prospettiva e percepisce un vuoto immenso, è “incapace di gioire del ritorno a casa”. Il rientro è inaspettatamente traumatico. Una massa nera, formatasi da un gruppo confuso di persone riunite, attrae la sua attenzione. “Anna, papà è morto”, queste sono le parole di sua sorella maggiore Molly, appena dodicenne. “Non capisco. Per me si può morire solo precipitando da un dirupo” e come potrebbe essere altrimenti per una bambina che, a soli sei anni, precipita invece nell’abisso più profondo. Ormai non c’è più posto per i capricci infantili. “I primi ricordi perfettamente nitidi della mia infanzia sono quelli dell’istante in cui finisce”...

Un romanzo d’esordio profondamente introspettivo. Violette d’Urso, giovane scrittrice francese di origini italiane e figlia della nota modella e stilista Inès de la Fressange, unisce la sua vocazione letteraria con la coraggiosa ricerca di se stessa. L’autrice, come la protagonista del romanzo, perse suo padre, uomo d’affari e storico dell’arte, all’età di sei anni. “Il punto di partenza è vero, ma il libro non è una biografia di mio padre Luigi d’Urso né un’autobiografia: è un romanzo dove la protagonista si chiama Anna e non Violette, e nel quale mescolo, ricompongo, cambio liberamente, i ricordi miei, quelli della mia famiglia e degli amici” spiega la d’Urso al “Corriere della Sera”. La vita di Anna precipita nell’attimo esatto in cui deve rassegnarsi alla realtà della perdita, logorante ed irreversibile. Nonostante non abbia ancora compreso appieno il concetto di morte è “piombata all’istante nel lago del lutto”. L’assenza si trasforma in paura dell’abbandono, pervasiva ed opprimente, e la mancanza di stabilità diviene desiderio d’appartenenza. Anna, aggrappandosi con forza alle piccole abitudini costruite con il papà, si interroga sui segreti della sua famiglia, sui misteri irrisolti che aleggiano attorno alla figura di un uomo così singolare ma profondamente complesso. Anna, ora ventenne, grazie al ritrovamento di alcuni taccuini si mette sulle tracce del padre, determinata a ricostruire “l’ordine cronologico della sua vita”, partendo proprio da Roma, dove l’uomo era nato e cresciuto. Inizia così un viaggio interiore, un percorso di costruzione identitaria. Cresciuta idealizzando una figura paterna inaccessibile e sognando ad occhi aperti il suo miracoloso ritorno, Anna viene sopraffatta da informazioni oscure e dolorose. Suo padre era in realtà un uomo in declino. “Un corpo devastato, una volontà indebolita”. I ricordi degli altri, pubblicato da Mondadori e stampato in Francia per Flammarion con il titolo Même le bruit de la nuit a changé, è un testo piacevole ed intimamente ispirato. Non è certamente un racconto ricco di colpi di scena, è piuttosto uno specchio in cui l’autrice può riconoscersi senza sostituirsi completamente al personaggio che la rappresenta. La d’Urso dando voce ad Anna, che si racconta in prima persona, ha modulato la distanza attraverso un complesso gioco di equilibri nel tentativo di riconnettere ricordi ed emozioni eppure, come afferma l’autrice stessa, non sempre scrivere è una catarsi. “Adesso il tema della morte di mio padre è molto più difficile di quanto non lo fosse prima. [...] Prima potevo dire con una certa noncuranza che mio padre era morto quando avevo sei anni. Adesso ci riesco meno, perché dopo il libro la sua presenza è più forte”.