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I russi sono matti

irussisonomatti

Una mattina di dicembre del 1849, Fëdor Dostoevskij ascoltò, nella allora Piazza Semënovskaja (oggi piazza Pionerskaja), a San Pietroburgo, la sua condanna a morte: accusato di aver letto in pubblico una lettera proibita - quella di Belinskij a Gogol’ - Dostoevskij sarebbe stato, di lì a poco, fucilato dal plotone di esecuzione, già schierato. La condanna fu però, all’ultimo, convertita in dieci anni di lavori forzati. Venti anni dopo, ne L’idiota, Dostoevskij descrive i lunghi minuti in attesa della fucilazione, nella certezza che sarebbe morto, attraverso le parole del principe Myškin, che conosceva un uomo che era stato sul patibolo per un delitto politico: “Gli rimanevano quindi da vivere cinque minuti, non di più. E mi ha detto che quei cinque minuti gli erano sembrati un tempo infinito, un’immensa ricchezza; gli era sembrato di dover vivere, in quei cinque minuti, tante di quelle vite, che non valeva la pena, adesso, pensare al momento fatale, ma valeva la pena impegnarlo diversamente; aveva calcolato il tempo che gli serviva per dare l’ultimo addio ai suoi compagni e aveva destinato a ciò due minuti, altri due minuti li aveva destinati a meditare, per l’ultima volta, su se stesso, e un minuto l’aveva destinato a guardarsi intorno per l’ultima volta (…) Poco lontano da lì c’era una chiesa, e la cupola, con tetto dorato, brillava al sole. Si ricordava di aver fissato con ostinazione quel tetto e i raggi che vi scintillavano; non poteva staccare gli occhi da quei raggi, gli sembrava che fossero i raggi della sua nuova natura e che, tre minuti dopo, si sarebbe in qualche modo fuso con essi (…)”. Ecco, Paolo Nori tutte le volte che va San Pietroburgo, va in piazza Pionerskaja, a vedere se per caso ci sono quei raggi…

“No. Io non sono un esperto di Dostoevskij. E dubito che possano esistere, gli esperti di Dostoevskij”. Risponde così Paolo Nori a una conoscente di suo padre a cui venne in mente di chiederglielo. Quando si parla di romanzi russi, spiegherà dopo qualche pagina, si parla di qualcosa di inabbracciabile, al massimo si può allungare una mano e diventare degli “appassionati”, di letteratura russa. E per spiegarci perché la letteratura russa è così inabbracciabile, Paolo Nori si allontana quanto più possibile da un classico manuale accademico e, nel farlo, ci regala un luminosissimo piccolo gioiello editoriale. Dalla pronuncia e accentazione dei nomi (scommettiamo che pronunciate male Bulgakov?), alla spiegazione della tecnica dello straniamento, il corso sintetico di letteratura russa è sintetico nel procedimento stesso: “partendo da elementi semplici e parziali, si propone di arrivare a una rappresentazione unitaria”, senza seguire alcun tipo di linea cronologica, ma prendendo in considerazione tre temi “potere”, “amore” e “byt” (vita quotidiana), e seguendone le tracce lasciate nella letteratura russa dell’Otto e del Novecento (tra i più citati Tolstoj, Dostoevskij, Puškin, Gogol’, Čechov, Nabokov, Brodskij, Charms), e con almeno tre pregi: è scritto da Paolo Nori, ti avverte che con la letteratura russa, all’inizio, occorre avere un po’ di pazienza, e che, se sei fortunato, ti farà soffrire. Perché dopo aver letto un romanzo russo, è come se vedessimo il mondo per la prima volta, e il modo di percepire la nostra vita, dopo, è talmente acuito che ce ne ricorderemo per sempre. Perché uno dei pregi della letteratura russa, dal suo punto di vista, è che è la letteratura che ti fa star più male di tutte le altre… e sarà per quello che tornerai a leggerne. Per il male.