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I sette killer dello Shinkansen

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Alla stazione di Tōkyō, affollata di passeggeri assembrati come una colonia di pinguini, Kimura Yūichi supera bancarelle e chioschetti e affretta il passo verso il treno già pronto al binario in attesa di partire. È in preda all’agitazione di fare tardi e perderlo e alla paura che i poliziotti in uniforme addetti alla sicurezza gli scoprano la pistola nascosta nella tasca interna. Intanto il pensiero del figlio, il suo piccolo Wataru incosciente e immobile in un letto d’ospedale lo tormenta e lo dilania, e la rabbia per chi l’ha spinto dal tetto del grande magazzino lo soffoca. Ha smesso di bere e le mani al momento non tremano, ma i capelli lunghi, gli occhi cisposi e la barba un po’ cresciuta tradiscono il suo passato recente da bevitore, rendendo a se stesso “pietosa quella sua faccia esausta”. Da molti anni non usa la pistola, e non è sicuro di riuscire a sparare, ma a detta di chi gli ha passato l’informazione il suo obiettivo è su questo treno e non può mancarlo, anche se vendicarsi non basterà per perdonare se stesso di non essere riuscito a proteggere il figlio. Tensione, arroganza, voglia di vendetta, dolore, terrore, tenerezza: con la mente “sconquassata da un ribollire di emozioni incongruenti”, avvita il silenziatore alla calibro 22 e si avvia lungo il corridoio…

Con l’espediente classico dell’enigma della stanza chiusa, Isaka Kōtarō confeziona un thriller psicologico dove per una serie di bislacche coincidenze gli assassini, le armi e le vittime viaggiano insieme sullo stesso treno lanciato a 300 Km/h e dove chi sale e chi scende è monitorato algebricamente dagli espedienti narrativi. Dove ci si può nascondere su un treno in corsa? Non è facile tenere il passo tra dialoghi inverosimili e personaggi improbabili e caricaturali: leggere I sette killer dello shinkansen è come ritrovarsi lontano da casa e dalla propria comfort zone, senza riferimenti, immersi in una cultura lontana anni luce, e richiede attenzione e capacità d’astrazione, come ogni opera nipponica. L’autore sembra utilizzare il romanzo per analizzare e condannare le debolezze umane: dipendenza, disoccupazione, fallimento, sottomissione, alcolismo, tracciando un’altra faccia del Giappone, fatta di bullismo e violenza, criminalità, terrore e volgarità che oscurano la versione che conosciamo, rispettosa e affidabile. Sarà così davvero o è finzione influenzata da manga o letteratura e cinema pulp? È suddiviso in capitoli dai titoli ermetici che si dedicano solo a pochi personaggi le cui storie surreali si sovrappongono per dare il via a un intreccio bizzarro. La narrazione è ridondante e densa di parole, frasi e concetti, come stipati a forza in un contenitore troppo piccolo. Si risolleva un po’, se vogliamo, perché offre qualche spunto di riflessione che può essere traslato anche alle nostre latitudini, offrendo un punto di vista differente, che è sempre un’ottima cosa.