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I signori Golovlëv

I signori Golovlëv

È una giornata apparentemente normale per Arina Petrovna, padrona di numerose proprietà e di migliaia di “anime”, come erano comunemente definiti i servi della gleba nella Russia prima della liberazione. Come al solito la signora gestisce le sue tenute con pugno di ferro, trattando in modo brusco e sgarbato i propri amministratori. Le viene però riportata la notizia che uno dei suoi figli, Stepan, ha venduto l’appartamento di Mosca. La questione è particolarmente grave perché non era un semplice immobile, ma la “benedizione paterna”. Stepan non gode di una buona nomea ed è anzi chiamato “Stëpka-babbeo”. Troppo simile al padre, tendente alla buffoneria e agli scherzi sfacciati. Durante gli anni dell’università la madre gli dava appena quanto sufficiente per sopravvivere, e questo lo aveva portato a essere una specie di giullare per gli studenti ricchi. La seconda figlia di Arina Petrova è Anna. Anche lei è giudicata con severità dalla madre, per la sua fuga con un alfiere e per averlo sposato senza la benedizione paterna. Ancora più singolare è che lo stesso padre è considerato come una specie di minus habens da tollerare con indulgenza e non certo come un pari di Arina Petrovna. Chiudono il quadro il figlio Pavel e Porfirij. Quest’ultimo è soprannominato Iuduška, e cioè “piccolo Giuda”…

Mentre Anton Čechov ne Il giardino dei ciliegi mette in scena il momento decisivo della caduta di una famiglia nobiliare russa alla fine degli ultimi strascichi della servitù della gleba, Saltykov-Ščedrin costruisce una narrazione di ampio respiro per descrivere il medesimo processo. Ognuno dei sette capitoli in cui è articolato il romanzo rappresenta, se non un salto generazionale, una vera e propria ridefinizione dei rapporti di forza all’interno della famiglia. È una storia di decadenza e di autodistruzione di una nobiltà incapace di ridefinire sé stessa e di adeguarsi ai cambiamenti della società russa alla fine del XIX secolo. La famiglia per l’autore non è la pietra angolare della società, il rifugio per eccellenza dai mali del mondo, ma essa stessa è un luogo da incubo. La famiglia è un luogo in cui non si può stare, ma allo stesso tempo da cui è impossibile fuggire. Nella tenuta dei Golovlëv non c’è alcuna speranza; al di fuori dei loro terreni c’è solo dissolutezza, disperazione e morte. Eppure all’interno del romanzo c’è una forte componente satirica, anche nelle vicende più tragiche c’è qualcosa di terribilmente ridicolo. Lo stesso Iuduška, che potrebbe ambire a essere un Riccardo III di provincia, non assurge neppure alla cupa grandezza della crudeltà. Il suo contare e ricontare tutti i dettagli più minuti dei suoi possedimenti, perfino la produzione di uva spina, rivela un’incapacità di saper leggere anche l’evidenza. L’autore non risparmia neppure la religione, vista come un ritualismo più pagano che cristiano. Sono tuttavia sorrisi destinati a raggelarsi sul viso, di fronte all’orrore imminente della decomposizione. La famiglia Golovlëv è come un organismo aggredito da un virus che non lascia scampo, reso più forte da ozio, incapacità di agire e ubriachezza. La traduzione di Ettore Lo Gatto, nonostante qualche raro termine ormai entrato in disuso nella lingua italiana, resiste alla prova del tempo con il suo rigore e la sua vivacità. Un apparato di note agile e funzionale permette di entrare meglio nella mentalità russa dell’epoca.