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I sognatori di Lubiana

I sognatori di Lubiana

“La fresca aria della sera, alla quale lo smog e il carbone a buon mercato conferivano il caratteristico fascino lubianese, assieme alla prima boccata di Winston gli riempivano dapprima le narici e la bocca, e poi anche i polmoni. Quella era, secondo lui, l’odore della libertà: un miscuglio di crepuscolo, freddo e nebbia e fumo di sigaretta”. Lubiana, Slovenia, 1989. I sedici anni di Denis non sono abbastanza per reclamare una vera indipendenza, ma lo sono per le prime risse e le prime sbronze, la sua è l’età in cui si sogna di non passare inosservati attraverso la vita. Adora John Lennon e suona il basso in una rock band, non tanto per talento, quanto perché è l’unico ruolo rimasto vacante oltre a quello della voce, che invece ricopre con più successo con quel tocco che riesce a fondere personalità alle canzoni. Peter e Goran, suoi amici, rispettivamente chitarra e batteria, sono gli altri due componenti della band. E poi c’è l’incontro con una ragazza americana, una mormone, in un giorno qualsiasi sul bus di ritorno da scuola, uno di quei momenti che sembrano destinati a rimanere impressi nella memoria e a non sfociare in nient’altro, ma che invece questa volta si traduce in un desiderio di conoscenza reciproca. Mary, il suo nome, non si trova lì per spirito di proselitismo, ma perché nella realtà da dove proviene partecipare ad una missione all’estero è l’unico modo per conoscere il mondo, per assaporare la vita, per aspirare a quella libertà che anche Denis ricerca. 1994. C’è una biblioteca da qualche parte nei Balcani, una biblioteca senza tetto e senza bibliotecari, in una città senza residenti. È qui che si trova Denis, ha appena spolverato una poltrona rossa e si appresta a leggere l’ennesimo libro accuratamente preso in prestito. Prima di sedersi, stacca dal cinturone l’elmetto appeso al fianco sinistro, e dal fianco destro si sfila dalla testa la tracolla a cui è fissato il kalashnikov...

“Nel seminterrato, sotto le scale che portavano al rifugio - che nessuno dei condomini pensava sarebbe stato necessario, in un futuro prossimo, raggiungere in preda alla paura - prendeva le sigarette e l’accendino...”. Il romanzo si apre nel 1989, un periodo di grandi sconvolgimenti storici: è appena caduto il muro di Berlino e il sud del paese è “in preda a orribili convulsioni”. Da lì a poco, nel 1991, un referendum in Slovenia sancirà l’indipendenza dalla Jugoslavia e darà il via al fenomeno dei “cancellati”, persone che non avendo regolarizzato la cittadinanza finiranno per essere espulse dal proprio paese, destino che capiterà anche a Denis. Dino Bauk, al suo esordio con questo romanzo, riavvolge il nastro della Storia mostrandoci frammenti delle vite di Denis, Mary, Peter e Goran e ci riporta in quegli anni immediatamente antecedenti agli sconvolgimenti regionali della Jugoslavia, per poi giocare con il tempo con continui salti fra la metà degli anni ‘90 e gli anni 2000 in un andare avanti e indietro proprio come un’audiocassetta gioca con il nastro. I quattro amici non sono destinati a proseguire insieme, possono ritrovarsi solo al di fuori dello spazio e del tempo. I sognatori di Lubiana è un romanzo che vale la pena di essere letto per molte ragioni: per il linguaggio delicato e potente allo stesso tempo, per i passi della Storia che l’autore ripercorre, per la struttura narrativa e i suoi espedienti, per le citazioni musicali e letterarie - fra cui Lo Straniero di Camus e Sulla strada di Kerouac - che definiscono e completano la narrazione. Magistrale la scena della biblioteca senza tetto e “senza bibliotecari, aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette”, con Denis, straniero nella propria terra. “Si era abituato all’uniforme, all’elmetto e al kalashnikov, ai villaggi e alle piccole città deserte che incontravano a ogni loro avanzata, si era abituato a non chiedere e a non riflettere sul perché si trovassero in quelle condizioni”.