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Per i sogni non ci sono segreti

Per i sogni non ci sono segreti

Capita che la mente, oppressa da qualcosa di cui non è cosciente, trovi modi alternativi per farci capire di cosa abbiamo bisogno. A volte provocandoci disturbi psicosomatici, a volte con dei sogni e altre con delle vere e proprie allucinazioni. Ecco che le ante di un armadio, spalancate completamente, trasformano la camera da letto in un paesaggio di luce, di verde. Il soffitto diventa un cielo, l’azzurro punteggiato di nuvole diventa il palcoscenico per il maestoso volo di un condor sullo sfondo di cime innevate. Allora capisci che non stai vivendo la vita che vorresti, che quel condor che plana sulla musica di un flauto di Pan rappresenta quello che dovresti essere. Qualche anno dopo quell’allucinazione, le voci narranti, Piedi e Testa, raccontano la determinazione nel fare gli ultimi cento km della via Francigena che si concludono con l’arrivo in piazza San Pietro. Cinque giorni di viaggio, da lunedì venerdì, in treno fino a Viterbo, da cui parte il percorso. Un dialogo fra Piedi, che chiedono a Testa di descrivere cosa c’è intorno, cosa stanno attraversando, con qualche lamentela, perché il viaggio in treno e le cure particolari ottenute nei giorni precedenti preludono sicuramente a delle fatiche extra. Qualche battibecco che denota la lunga consuetudine al dialogo e le considerazioni sull’importanza che ognuno dei tre – Piedi e Testa – hanno per la riuscita dei progetti e il racconto di quello che Testa ha visto una volta scesi dal treno mentre raggiungevano il B&B da cui l’indomani avrebbero iniziato il cammino…

Probabilmente ho una visione delle cose troppo pragmatica, almeno per quanto riguarda l’anatomia, che non mi ha permesso di appassionarmi al racconto. Si intuisce che dietro questo cammino c’è un progetto - Piedi e Testa hanno già affrontato il Cammino di Santiago, la via Francigena, sia pure solo nell’ultimo tratto, sostanzialmente attraverso il Lazio, - che ha un significato profondo di ricerca, non necessariamente religiosa, ma oltre a un bisogno di riappropriarsi del proprio sé dopo la pandemia e l’allucinazione di qualche anno prima, non si capisce di quale possa essere questo progetto, il punto d’arrivo desiderato. L’idea delle parti del corpo che dialogano fra loro non è certamente una novità, ma se diamo dignità (e parola) ai piedi e alla testa (intesa come cervello), mi aspetto che non siano i piedi a lamentarsi che pancia si è ingrossata o coscia si è graffiata. I cinque giorni durante i quali si snoda il viaggio sono sostanzialmente tutti uguali, come del resto inevitabilmente i paesaggi che Testa descrive, mi è mancata la crescita che avrebbe potuto esserci nella consapevolezza di sé, crescita implicita in un pellegrinaggio. L’impressione è che i dialoghi siano rimasti in superficie, che non sia uscito tutto quello che è accaduto nella mente e nel cuore del protagonista, dal momento dell’allucinazione che apparentemente lo ha “illuminato”, a quando ha deciso di affrontare il cammino. C’è un accenno alla solitudine e al senso di straniamento - comune - subita durante la pandemia di COVID-19, quasi che durante quel periodo siano maturate delle convinzioni, ma anche qui si rimane soltanto su vaghi accenni. Un’occasione mancata.