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I soldati piangono di notte

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Manuel fatica a capire. Si rende conto di essere libero e che in tutto ciò che lo circonda può trovare una bellezza remota, qualcosa di dimenticato, che la ho stesso aspetto putrido delle foglie cadute dagli alberi. Non è più al riformatorio, quello in cui è stato rinchiuso per aver commesso qualcosa di cattivo, anche se l’abate, che gli sta di fronte, continua a ripetere che, invece, è sempre stato buono. Ora si trova nello stesso convento della sua infanzia e anche l’abate è lo stesso di allora, così come il cielo che, da fuori, li osserva. L’abate gli pone una mano sulla spalla e, dopo aver ripetuto il suo nome e averlo chiamato figliolo un paio di volte, si decide a spiegarsi: Jorge di Son Major è morto. Prima di spirare ha redatto un testamento, nel quale ha riconosciuto Manuel come suo figlio e come erede universale di tutti i suoi averi. La sua presenza è richiesta ai funerali dell’uomo che è quindi il suo legittimo padre e che, con la sua ammissione, ha finalmente posto riparo al proprio errore. Ma Manuel è confuso: suo padre, per quello che lo riguarda, è José Taronjí, l’uomo che è stato ammazzato tempo prima dai fascisti. Ha trovato lui il corpo spezzato e trucidato, crivellato di colpi sulla sabbia e immobile come una marionetta. Chissà, si chiede Manuel, se anche Taronjí ha provato paura, un attimo prima di morire. Ecco perché, con voce blanda e incolore, continua a ripetere all’abate che non capisce perché dovrebbe presenziare al funerale di quel lupo di mare di cui gli sta parlando. In realtà, tra la confusione che gli pervade i pensieri, una certezza, una sola, si fa strada. Manuel sa cosa deve fare prima di ogni altra cosa: deve raggiungere Marta, la moglie del leader repubblicano Alejandro Zarco e informarla che l’uomo è stato giustiziato in carcere. Lei ancora non lo sa, ed è la moglie. È assolutamente necessario avvertirla…

Il secondo volume della trilogia Los Mercaderes della scrittrice spagnola Ana María Matute comincia da una fine, da una morte che è una sciabolata che trancia di netto la vita ma, allo stesso modo, sprona la profondità dell’animo e lo induce a reagire. Per la seconda volta il lettore si trova di fronte a un libro di memorie che ha come focus la guerra civile spagnola e ne studia gli effetti su un’altra categoria tra le più fragili: mentre nel primo volume si era trattato di bambini, qui l’autrice si pone accanto e nei pensieri di due giovani che, mentre raccontano sé stessi, provano a integrarsi in un futuro che resta tuttavia sempre in parte insondato. Matute racconta due ragazzi impegnati in un lungo e faticoso viaggio che evidenzierà i tratti che li accomuna – la completa ignoranza sull’amore, il fatto di essere imprigionati e, allo stesso tempo, indifferenti alla vita – e li osserverà avanzare annaspando alla ricerca di una libertà di cui, poi, non sapranno che farsene. A cementare il legame tra i due, l’esperienza che più sconvolge e unisce: la morte. Attraverso una scrittura che si conferma poetica come nel primo episodio della serie, ma si fa ora più violenta e a tratti più cruda, l’autrice riesce a maneggiare con maestria un intreccio complesso, ma ricchissimo, reso ancora più appassionante da una tecnica narrativa coraggiosa, che alterna il discorso diretto e il flusso di coscienza dei protagonisti, resi graficamente attraverso l’utilizzo delle parentesi tonde. Un romanzo potente ed esplosivo, che – attraverso continui salti tra passato e presente, cui si aggiungono qua e là previsioni future – racconta la guerra civile e, insieme, la battaglia quotidiana dell’uomo, tra fughe obbligate e dolore, scelte operate d’istinto e decisioni errate, disperazione e desiderio di abbarbicarsi con forza agli ideali. Un libro che parla di un passato che ancora brucia e della speranza che le cose possano cambiare.