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I superstiti del Télémaque

I superstiti del Télémaque

Fécamp. È una tipica mattina uggiosa, il vento mischia le gocce dell’acqua salmastra alle gocce che piovono dal cielo quando il peschereccio dell’armatore Pissart entra in porto. Mentre la città si risveglia e il Café de l’Amiral sul porto comincia ad accogliere i suoi primi clienti, l’armatore vorrebbe far ripartire subito la nave perché la giornata di pesca si presuppone ulteriormente proficua, ma il capitano trentatreenne Pierre Canut viene portato alla stazione di polizia e da lì scortato presso il Commissariato di Bourgogne, in quanto accusato dell’omicidio di Février, avvenuto nella notte tra il 2 e il 3 febbraio. Accuse che Pierre rigetta dichiarandosi innocente, mentre il fratello gemello Charles si affanna per tentare di scagionarlo. Pierre è infatti l’indiziato numero uno e non solo perché ha incontrato Février quella notte, ma piuttosto per quanto avvenuto in passato. Pierre Canut padre infatti trovò la morte nel naufragio del “Télémaque” in circostanze alquanto sospette e per la moglie, ormai impazzita dal dolore e convinta che si fosse trattato di un caso di antropofagia, l’unico obiettivo della propria vita divenne aspettare che fossero finalmente morti anche tutti gli altri superstiti. L’ultimo dei sopravvissuti al naufragio del “Télémaque”, guarda caso, era proprio Février...

Il ferroviere Charles si è sempre portato appresso il peso della famiglia, mentre Pierre, bello, sprizzante di salute, gode della simpatia di tutti a prima vista, senza nessuno sforzo. Così il lettore segue Charles nelle sue peregrinazioni a Fécamp, Rouen e Le Havre, tra false piste e viaggi senza un vero e proprio perché, alla ricerca del vero assassino di Février, l’unica cosa che potrebbe tirare fuori di prigione Pierre. Perché per le famiglie dignitose, ma povere come quella dei Canut, la burocrazia, gli avvocati e i giudici hanno poco tempo e ancor meno voglia di prendersi cura del loro caso. Così Charles, nonostante i suoi acciacchi, la sua febbriciattola, passa all’azione, imbattendosi non solo nel passato dei superstiti del “Télémaque”, che, per sua sventura, già conosceva, ma in diversi abitanti bizzarri di Fécamp, che ravvivano la scena e la storia. D’altronde la capacità descrittiva di Simenon non ha niente da invidiare ai grandi romanzieri russi, anzi sembra proprio di trovarsi a Fécamp quando pian piano la città si risveglia, la tenue luce invernale comincia a filtrare, le mogli dei marinai si affrettano sui vicoli del porto e le gocce di acqua salmastra si mischiano alle gocce della pioggia. Una scrittura pulita, scorrevole e tuttavia mai banale, che coinvolge e appassiona con descrizioni così realistiche, che tuttavia non appesantiscono la lettura neppure per un momento. Come in tutte le arti ci sono diverse livelli, così anche nella letteratura ci sono gli scrittori e poi ci sono i grandi autori, coloro che sono capaci di imporsi non solo per una trama avvincente, ma per l’unicità e la novità dello stile. Simenon è uno dei grandi autori: i suoi libri sono un vero e proprio piacere per gli amanti della letteratura, che non rischieranno mai di trovarsi affaticati nella lettura di un suo romanzo nemmeno a notte fonda, dopo una giornata stressante di lavoro. Perché la sua scrittura combina la magistralità con una limpidezza impareggiabile.