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I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo

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Esordisce IL GENERALE, il quale esprime il suo disappunto per l’opinione moderna sulla guerra: oggi per lo più la si depreca, privandola in tal modo del carattere sacro che dalle società precedenti le era attribuito. Sebbene di diverso avviso, il PRINCIPE e il SIGNOR Z dissentono su di un punto: il primo ritiene la guerra un male in ogni circostanza, il secondo ritiene che vi possa essere “una guerra buona” e “una pace cattiva”. Ma poiché la guerra è sostanzialmente legata all’omicidio, per quest’ultimo essi nutrono le medesime opinioni. Il SIGNOR Z sottopone al PRINCIPE il caso di un uomo che si trovi di fronte ad un atto di violenza compiuto da un bruto ai danni di una fanciulla: se quell’uomo intervenisse uccidendo il bruto, anche in quel caso egli avrebbe compiuto il male? Il PRINCIPE, di fatto, non sa come rispondere a tale obiezione. Interviene poi il GENERALE narrando una vicenda autobiografica. Durante uno dei suoi servizi militari, egli si trovò ad uccidere migliaia di nemici. In tale occasione avvertì di aver compiuto il bene, tali nemici infatti avevano compiuto riprovevoli nefandezze ai danni dei villaggi che avevano incontrato lungo la marcia. Il PRINCIPE dissente: in quel caso egli ha compiuto il male, dato che un “uomo ripieno dello spirito evangelico” in ogni circostanza è in grado di risvegliare negli uomini il bene ed egli avrebbe dovuto fare lo stesso. Il SIGNOR Z fa notare al PRINCIPE che nemmeno Cristo, sulla base di tali parametri, può essere considerato un “uomo ripieno dello spirito evangelico”: altrimenti perché mai egli non ha risvegliato il bene in Giuda, Erode, nel Cattivo padrone e negli altri suoi persecutori persuadendoli a non indulgere nel peccato? E pertanto qual è il vero significato delle parole di Cristo circa i concetti di bene e di male?

I tre dialoghi e il racconto dell’anticristo è un’opera di Vladimir Soloviev, filosofo e scrittore russo tra i più noti in occidente ma dai critici a lui contemporanei ampiamente discusso e sostanzialmente frainteso: ancora oggi il suo pensiero è foriero di radicali ambiguità. Tale ambiguità non è propria unicamente delle sue opere, si tratta infatti di un’attitudine interiore del filosofo riscontrabile in vari aspetti del suo carattere e della sua biografia. “Vladimir è così, una costante tensione tra sistema e superamento, tra ordine e caos, tra razionale empirico e razionale spirituale”, spiega Luigi Maria Epicoco nella prefazione del volume. Tra ordine e caos si collocano l’opera e la vita di Soloviev, la grandezza e le problematicità del suo pensiero. I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo è l’ultima opera scritta dal filosofo russo, forse la più profetica e meno sistematica. Essa assume la fisionomia di un dialogo tra diverse prospettive sul mondo, ad ognuna delle quali corrisponde un personaggio. Il comandante, nostalgico e conservatore, l’uomo politico, progressista e fautore di un ingenuo ottimismo antropologico… Ma il dibatto verte principalmente sulla contrapposizione tra il principe, figura dell’anticristo, e il Signor Z, portavoce del punto di vista dall’autore - per intendersi, egli sta a Soloviev così come Socrate sta a Platone. Riguardo all’Anticristo scrive l’autore: “(…) Non vi è dubbio che l’idea dell’anticristo [...] non sarà la semplice incredulità, né la negazione del cristianesimo, né il materialismo o qualche cosa di simile, ma sarà l’impostura religiosa, allorché il nome di Cristo sarà sfruttato da tutte le potenze umane che nelle azioni e nello spirito sono estranee e direttamente ostili a Cristo e al suo spirito”. Infine Soloviev affida al “racconto dell’anticristo” l’esposizione di quella che, a suo parere, sarà la finale risoluzione dell’eterna lotta tra bene e male, tra Cristo e Anticristo e, con essa, le sorti dell’umanità alla fine dei tempi.