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I tre esorcismi di Rafilina da Torrecuso

I tre esorcismi di Rafilina da Torrecuso

Il temporale scoppia all’improvviso allagando il sentiero percorso dai due asinelli: padre Ciommo osserva la ragazza che si porta appresso e che i due disgraziati genitori gli hanno affidato. Per tre giorni e tre notti di viaggio è rimasta muta e inerme, ed ora che si sono persi sembra quasi sorridere. D’improvviso, gli stanchi occhi del monaco scorgono un bagliore: qualunque cosa sia, ai due viandanti stremati conviene raggiungere quel punto per ripararsi, far riposare le bestie e togliersi di dosso i tabarri fradici. Intorno al braciere della taverna ingrigita dal fumo e male illuminata, ci sono due uomini che sorseggiano vino e una donna senza velo — Pupetta, la moglie del taverniere —, scalza, con un bambino in braccio. La “zotica” si rivolge con impertinenza ai forestieri e a padre Girolamo, detto Ciommo, non resta che spiegare che è partito dal monastero di San Lupo in Benevento e, insieme alla vergine Rafilina da Torrecuso, è diretto Napoli, al convento di San Michele Arcangelo da Morfisa. Scoprirà che sono giunti alla Casa della Bolla, una misera contrada circondata da aria e terreno malsani, dove di certo non passa il cammino migliore per arrivare a Napoli: è facile smarrirsi fra paludi e ponti con il rischio — spiega loro Zosimo, uno dei due uomini presenti e che ha vissuto tale terribile esperienza — di incontrare lupi, criminali e spiriti maligni indemoniati. È con lui che il benedettino si accorda per essere accompagnato a Napoli l’indomani mattina, con l’invito a indossare vesti più consone alla Capitale del reame: in cambio, avrà otto grana, due caciotte e mezzo salame. Per la notte, invece, i due dovranno accontentarsi dell’unica stanza disponibile, separata da una tenda dal resto dell’ambiente: Rafilina occuperà il letto, mentre padre Girolamo si coricherà su una coperta stesa sul pavimento..

Il romanzo storico di Giuseppe Franza, ambientato nel Regno di Napoli nella primavera dell’anno 1272, ci offre l'occasione di conoscere un'epoca buia di guerre di religione e di superstizioni, in cui le donne “libere” erano considerate possedute e quindi esseri da sottoporre a esorcismi. Come Rafilina, che da bambina sognava di poter imparare a leggere e scrivere, ma che a sedici anni — secondo un monaco che già si era detto contrario che una femmina imparasse certe cose — avrebbe dovuto trovare uno sposo e procreare, per non istigare negli uomini di Torrecuso cattivi istinti di natura e scellerate intenzioni a causa del suo aspetto. Per contro, colui che accompagnerà la ragazza malata perché venga visitata dai monaci, Zosimo, non conosce neppure la sua età — “una ventina d’anni, più o meno. Forse trenta”. In questo viaggio fra Benevento, Napoli e Salerno, si aggregherà anche il gigante Sisino Nocella, pellegrino penitente diretto all’abbazia della Santissima Trinità della Cava per farsi monaco. Oltre ai tre esorcismi cui sarà sottoposta la giovane, i tre dovranno attraversare paludi, boschi e campagne, affrontare sette malandrini, combattere i saraceni ed essere processati come stregoni e come eretica. Usciranno da queste avventure cambiati e con una nuova consapevolezza di sé e dei tempi che stanno vivendo. Soprattutto Zosimo: “Negli ultimi giorni, il servo aveva capito di essere diventato più buono e sentimentale di quanto avesse mai sospettato possibile. Ed era un guaio”. Abbandonata la sua naturale diffidenza, la sua usuale tendenza alla sopraffazione e alla dissimulazione, la pusillanimità, la scortesia, l’impazienza e la volontà di approfittarsi sempre e comunque del prossimo, come si addice a un vero eroe Zosimo cercherà di difendere Rafilina dalle accuse. Oltre a una sapiente costruzione della trama, alla finezza dell’analisi dei personaggi e allo sguardo sulla condizione femminile nel Duecento — quando molte donne considerate troppo lontane dal dogma cattolico furono accusate di essere eretiche e streghe, sottoposte a processi drammatici e messe a morte sul rogo —, l’autore è riuscito laddove molti avrebbero fallito, ovvero nell’uso di una lingua che cerca di ricreare volgare in uso all’epoca, affiancato, a tratti, in ambito giuridico e religioso, dal latino. Un lessico e modi espressivi che, lungi dall’appesantire la lettura, contribuiscono a rendere l’atmosfera di quel periodo storico e danno spesso origine a situazioni ed equivoci esilaranti: “«In effetti nel tascapane ci stava una lettera» risposte il capitano Enrico. «E perché non l’avete letta?» «Perché, non volendo, siamo analfabeti»”. Un’altra lettera, quella che nel finale viene inviata da Zosimo a fra “Tommaso d’Equino”, è una vera e propria “chicca” in un romanzo che si distingue per ricchezza, erudizione e originalità.