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I tre moschettieri

I tre moschettieri

1625. Sotto il regno di Luigi XIII, Charles d’Artagnan decide di partire alla volta di Parigi per essere arruolato tra i moschettieri del re, sulla scorta dell’amicizia storica che, in tempo di battaglia, ha legato suo padre a monsieur de Tréville, attuale capo della guardia reale. Spavaldo, spaccone ed impetuoso, fino a rasentare in alcune circostanze l’incoscienza, il guascone, con pochi scudi in tasca e in sella al suo vecchio ronzino, lungo la strada si imbatte in un uomo misterioso, con una strana cicatrice sulla guancia, con cui ingaggia un duello, dal quale il poverino non solo esce sconfitto, ma soprattutto derubato della lettera di raccomandazione che il padre gli aveva consegnato per farsi reclutare. Sebbene proprio la mancanza di questa lettera induca il signor Tréville a sospettare che il ragazzo sia una spia inviata dal cardinale per coglierlo in fallo, successivamente, quando d’Artagnan spalleggia Athos, Porthos e Aramis, tre dei suoi cadetti preferiti, in una lotta contro le guardie del cardinale, si ricrede e gli assicura un posto presso la compagnia di Des Essarts, in attesa di prendere una decisione definitiva. Così, il giovane entra a far parte della vita reale, scoprendo ben presto gli intrighi amorosi e, soprattutto, l’avversione che Richelieu nutre nei confronti della regina Anna, a causa dei suoi legami familiari con la Spagna: per questa ragione, non appena il cardinale, consapevole della relazione tra quest’ultima e il duca di Buckingham, intravede l’opportunità di smascherarla, organizza un piano diabolico, senza, però, tenere conto del valore e del coraggio dei quattro moschettieri, cui, invece, la moglie del re decide di affidare la propria salvezza dallo scandalo…

Conosciuto anche per i suoi adattamenti cinematografici, tra cui uno di quelli di maggior successo è quello del 2011, diretto da W.S. Anderson, con Logan Lerman nei panni di d’Artagnan e Orlando Bloom in quelli del duca di Buckingham, I tre moschettieri è uno dei romanzi più famosi di Alexandre Dumas e uno dei più tradotti nella letteratura francese. Appartenente al genere del romanzo d’appendice, in voga tra il Settecento e l’Ottocento in Francia, fu pubblicato a puntate sul giornale “Le Siècle” nel 1844 e rappresentò l’inizio della trilogia che incluse i successivi Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. Il reperimento di un manoscritto riguardante le vicende di Charles de Batz de Castelmore d’Artagnan non è un espediente letterario, ma un riflesso del metodo usato dallo scrittore per approcciarsi ai suoi romanzi e renderli il più realistico possibili: in particolare, egli, tramite i propri collaboratori - tra cui il più noto fu Maquet, che lo citò in giudizio per i diritti di alcune opere - svolgeva una lunga e meticolosa ricerca storica dei fatti narrati e, soltanto al termine di questa fase, passava a quella creativa. Il successo di quest’opera anche nel mondo cinematografico è una semplice conseguenza della sua grandezza che non conosce tempo: nonostante la prosa possa sembrare in alcuni punti prolissa, la lettura scorre piacevolmente, la trama non è mai banale e diverte, specialmente in alcuni dialoghi, come probabilmente era intenzione dell’autore. Difatti, è alquanto evidente che non vi sia una sottesa volontà di voler trasmettere un messaggio profondo, quanto piuttosto di particolareggiare e tratteggiare i personaggi in modo approfondito, fino a comprendere i loro pensieri, ad appassionarsi alle loro vicende, a percepire i loro vizi e ad arrivare ad una completa immedesimazione negli stessi. Protagonista non è il solo d’Artagnan, come vuole anche una certa critica, ma lo sono tutti e quattro i moschettieri, le cui virtù incarnano tutte le caratteristiche che un moschettiere, fido del re di Francia, dovrebbe avere: il coraggio e l’audacia di d’Artagnan, l’intelligenza e la nobiltà d’animo di Athos, l’astuzia e la diplomazia di Aramis, la lealtà e la forza di Porthos. Sotto questo aspetto, forse, si può asserire che vi sia una sorta di somiglianza con il realismo e gli “umili” manzoniani: soldati che magari nella storia sono passati inosservati, essendo un piccolo ingranaggio in una catena complessa, che, però, l’autore trasforma in gentiluomini, meritevoli di essere chiamati eroi.