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I vagabondi

I vagabondi
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Cosa ci fa una bambina sola in casa, nell’oscurità, incustodita? I ricordi, sebbene non troppo lontani, sono legati ad una chiatta sul fiume Oder e a tutti gli adulti annegati, risucchiati dall’acqua in continuo movimento. Le vacanze con la famiglia e l’auto piena zeppa, fin dentro al carrello tenda, grazie al continuo risparmiare durante l’anno. Una vita senza radici ma una salute di ferro, e ora che da adulta si guarda indietro, nonostante la laurea in psicologia, non ha imparato nessun mestiere, se non l’abilità di lavorare a maglia. Di lavori ne ha fatti tanti: giusto il tempo di guadagnare qualcosa e mettersi nuovamente in viaggio. La vita che le sfugge dalle mani e le si presenta dinanzi come un grande caos l’ha spinta a scrivere e viaggiare. Per superare il suo malessere, per vincere quella che lei si autodiagnostica come “Sindrome da Disintossicazione Perseverante”, un insopprimibile trasporto verso ciò che è imperfetto. Questa la direzione e la spinta ai suoi viaggi: la ricerca degli “incidenti della creazione”. Viaggi che producono una montagna di appunti, scritti su pezzi di carta improvvisati. Viaggi che diventano incontri e storie, luoghi che entrano dentro e luoghi lontani che appartengono ai sogni, per i quali non sempre è utile lasciarsi guidare da una mappa…

Lasciarsi trasportare dal viaggio è perdersi nella vita, ritrovare l’origine della natura umana nella dimensione del nomadismo esistenziale, del cambiamento continuo. Dell’anima come del corpo. Un’assenza di radici che richiede la spinta al movimento. Il titolo (in polacco Bieguni, poi tradotto in inglese con Flights), richiama, infatti, una condizione solo apparentemente sociale: vagabondi della vita lo siamo tutti. Come testimoniano le innumerevoli storie riportate, aneddoti e situazioni, riflessioni e appunti che creano una profonda raccolta di pensieri e divagazioni, uniti da un unico punto di vista: quello della narratrice. Lo stile non convenzionale di Olga Tokarczuk è davvero singolare: il racconto, difficile da classificare sotto l’etichetta di romanzo, prosegue apparentemente senza ordine, con un’alternanza di ritmi che seguono la narrazione, alternando presente e passato, facendo emergere una interessante capacità poetica anche grazie all’attenta traduzione dei Barbara Delfino. Il lettore diventa soggetto attivo e partecipa alla costruzione del plot, scegliendo liberamente come approcciarsi alla lettura. Con non poco impegno che però viene prontamente ripagato dalle suggestioni che l’autrice polacca, vincitrice del Nobel per la letteratura nel 2018 (preceduto dal polacco premio Nike nel 2008 e dal Man Booker International Prize del 2018) generosamente regala.