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I vagabondi del Dharma

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Los Angeles, una notte molto fredda. Dopo essere saltato su un treno merci in corsa, Ray Smith si trova a condividere il viaggio con un barbone provvisto soltanto di un piccolo bagaglio, che è salito sul suo vagone approfittandosi di una deviazione su un binario morto prevista per permettere il passaggio di un altro treno, pronto anche lui a fare la corsa da clandestino. Dopo i primi momenti di diffidenza, i due compagni di avventura si presentano. Il vagabondo ha lasciato la sua casa ormai da molti anni. Ray gli confessa di voler raggiungere San Francisco con lo Zipper – chiamato anche il Fantasma di Mezzanotte – così l’altro lo mette in guardia: quando il treno raggiunge a velocità elevata la zona tra Surf e Margarita nei vagoni merci fa un freddo terribile, si rischia veramente di morire assiderati. Ma Smith è ancora un giovane idealista e non si lascia spaventare da nessuna difficoltà: fedele sostenitore del Dharma, crede di essere destinato a diventare una sorta di rincarnazione di Buddha. Giunti a destinazione, i due compagni di viaggio si separano. Il ragazzo si prepara una cena a base di fagioli, maccheroni e salsiccia sulla spiaggia, ma prima di mangiare fa un bagno ristoratore mentre beve del vino e si convince sempre di più di aver fatto la scelta giusta: si deve vivere come lui, liberi e pronti a guardare al futuro con speranza. A notte fonda stende la sua coperta e si addormenta sognando i genitori. Di lì a poco Ray è destinato a conoscere l’unico vagabondo del Dharma capace di incidere in modo irreversibile sul suo destino, da lui assumerà tutti gli insegnamenti di cui ha ancora bisogno. È Japhy Ryder, un ragazzo dell’Oregon amante della cultura degli indiani del Nord America, che per lui aveva rappresentato un trampolino di lancio ai tempi del college al fine di approfondire le sue conoscenze sulla filosofia e sulla spiritualità orientali, animato da un grande interesse per il Buddhismo. Ray lo incontra durante un meeting di poesia alla Gallery Six. Japhy è un tipo non troppo alto, dall’abbigliamento molto meno curato rispetto agli altri autori presenti e dalla corporatura robusta. Smith si rende immediatamente conto della sua sterminata cultura sulla materia del Buddhismo, il suo mentore è un conoscitore di tutte le sfumature che interessano questa religione presenti tra Giappone e India, ma al giovane viaggiatore gli aspetti teologici non interessano. Del Buddhismo Zen ha un’opinione persino negativa, con tutte quelle assurde domande con cui i maestri tormentano i loro allievi. Ray è interessato solo agli insegnamenti fondamentali di Buddha: la vita è essenzialmente sofferenza, tutto però si concentra nella mente dell’uomo che può andare oltre anche il dolore…

Storia romanzata con uno sfondo palesemente autobiografico, I vagabondi del Dharma riassume il cammino di formazione del giovane Raynold Smith – alias Jack Kerouac – dalle prime esperienze come spensierato giramondo in grado di sopravvivere anche con poche risorse durante sterminati tragitti di viaggio. Ma capace anche di difendere fino all’ultimo respiro il suo modo di vivere assolutamente anticonformista. In lui, come per gli altri vagabondi del Dharma, ogni curiosità nasce dalla conoscenza e dall’amore per la disciplina Buddista, vista come un punto di riferimento per avere le basi per un’esistenza libera da inutili imposizioni e legami familiari. Ma il Buddismo pagina dopo pagina rimane un punto di inizio per un’esperienza di vita assai più profonda destinata alla ricerca della propria identità, possibile solo attraverso un contatto profondo ed estremamente rispettoso con la natura, indispensabile per rifiutare i caratteri della società moderna e industrializzata. Contatto che Ray raggiunge in varie occasioni, dal suo difficile e faticoso viaggio con Japhy sulle sterminate montagne su cui quest’ultimo ha trascorso la prima parte della vita, al periodo di ozio che il protagonista si concede nel bosco vicino alla sua vecchia abitazione, quando per poco riceve ospitalità dalla madre e dalla famiglia della sorella. Kerouac insiste nel descrivere tali esperienze che però rimangono solo momenti di formazione, finalizzati perlopiù all’esercizio spirituale e privi di una svolta nelle vicissitudini del protagonista, che si ripete malgrado cambino gli scenari rischiando di annoiare il lettore. Per il resto il messaggio lanciato dallo scrittore statunitense giunge forte e chiaro, fino al punto da rendere la sua opera uno dei manifesti della Beat Generation non solo per l’interesse verso la cultura orientale, ma in generale per il desiderio di alterità.