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Il bagno di Diana

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Il mito racconta che Diana, stanca per le fatiche della caccia, si sia fermata in una grotta per rinfrescarsi ad una fonte, accompagnata dalle ninfe. Il giovane cacciatore Atteone – figlio di Aristeo, figlio di Apollo, e Autonoe, discendente di Ares e Afrodite, allevato e istruito alla caccia dal centauro Chirone – decide di fermarsi a guardare la dea denudata mentre si fa il bagno. Lei ovviamente si accorge della sua presenza, si volta all’improvviso, lo spruzza con l’acqua e lo trasforma in cervo. I cani di Atteone, quindi, scambiano il cacciatore per una preda e lo sbranano. Poi, a lungo vagano disperati e ululanti nella foresta, alla ricerca del loro padrone. Racconta Ovidio - Metamorfosi, III, 192-193 – che Diana, poco prima di mutarlo in cervo, abbia detto ad Atteone, sprezzante e sdegnata, queste parole “Nunc tibi me posito visam velamine narres, si poteris narrare, licet”, qualcosa che in poche parole suona come “e ora, se ci riesci, vallo a raccontare che mi hai vista nuda”. Una teofania sconcertante, questa, “nei suoi attributi contraddittori: verginità e morte, tenebra e luce, castità e seduzione”. Diana stessa è divinità ambigua per natura, volubile come la luna che la rappresenta e che le splende sul capo, protettrice delle vergini ma anche delle partorienti. La dea sceglie di lavare il suo corpo per ristorarsi dalle fatiche della caccia, lei che non ne avrebbe bisogno in quanto divinità, soltanto per mostrare compiaciuta le sue nudità ad Atteone; quindi si offre e si sottrae ad un tempo, è dea duplice, casta e ammiccante nello stesso momento. È la grande contraddizione del divino che si manifesta. Ma pure Atteone sa bene a cosa va incontro, eppure abbraccia consapevole il suo destino. Impossibile rendere l’ambiguità di questo, come di qualunque mito, attraverso la limitatezza del linguaggio. Sarebbe una pretesa presuntuosa impossibile da realizzare compiutamente volersi appropriare del senso profondo dei miti. Sono i paradossi incomprensibili del mito, è la dicotomia insolubile tra parola e vista, elementi incompatibili. Si può soltanto guardare la scena, senza tentare di capire del tutto…

Pierre Klossowski (1905 – 2001), fratello del pittore Balthus, è stato romanziere, filosofo, saggista, pittore, cineasta, traduttore ed esegeta appassionato e acuto delle opere di de Sade. Intellettuale ai margini della cultura accademica francese, “mitografo eterodosso”, ha scritto per lo più testi a metà tra saggistica e narrativa, ricchi di meditazioni erudite e filosofiche, sovente dedicate ad una lucida e impassibile disamina dell’erotismo, argomento in certo modo affrontato anche in questa analisi del mito di Diana e Atteone, considerato fondativo della nostra cultura, nel quale si mescola erotismo, appunto, e sacralità, perversione e trascendenza. L’ambiguità comincia nell’essenza stessa della divinità che ne è protagonista, “Una dea al di sopra del destino, cui nessun mortale ha mai potuto, neanche con favore del destino, sperare di unirsi”. D’altra parte, osserva Klossowski, gli dei vivono distanti dagli uomini nella loro olimpica impassibilità. Distante è soprattutto Artemide che, dei dodici dei, è la più singolare e complessa e gode di alcuni privilegi ottenuti dal padre Zeus. A volte gli olimpi scelgono di servirsi di demoni intermediari per esplorare emozioni che la loro essenza preclude. O semplicemente si annoiano e decidono di giocare con gli uomini, come fossero animaletti curiosi. È quello che accade ad Atteone nel mito raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi, di cui esistono diverse versioni, non soltanto nella narrazione ma anche nelle varie rappresentazioni artistiche, da quella di Rembrandt, a quella del Parmigianino, a quella di Tiziano, fino a quella “minore” – scelta da Adelphi per la copertina di questa edizione – di Marcantonio Franceschini, esponente del barocco bolognese. Le narrazioni e le rappresentazioni raccontano una teofania “che ha un prezzo di morte”, come scrive Elio Grasso, una teofania che è anche una caccia, un rito dionisiaco, il compimento di una sentenza e di un destino. Lo stile dell’intellettuale francese è complesso, ricercato, visionario, prezioso, molti sono i riferimenti artistici, filosofici e letterari. Tuttavia il saggio è strutturato in capitoli brevi che permettono una lettura più agile; talvolta compaiono capitoli in prima persona che raccontano il pensiero e le emozioni di Atteone; inoltre la complessità della scrittura è resa accessibile dall’ottima traduzione di Giuseppe Girimonti Greco. È certo una lettura impegnativa, che magari va ripetuta per essere meglio assimilata; si coglie infatti piuttosto a bagliori, a brevi illuminazioni, come se si stesse ammirando e tentando di interpretare una immagine fortemente simbolica, complessa e affascinante. È il mito stesso, del resto, difficile da comprendere e spiegare, ci avverte l’autore fin dalle prime pagine, e così è in effetti, nonostante lo scritto sia completato da interessanti e illuminanti riflessioni sull’etimologia dei nomi, sulle diverse tradizioni e testimonianze archeologiche e letterarie del mito. Particolarmente intrigante il racconto di come il nucleo originario del mito di Diana e Atteone risalga ad epoca remota, pre-ellenica, e di quali siano le implicazioni e i significati storico-antropologici che cela. Le bain de Diane è stato pubblicato per la prima volta nel 1956 per Pauvert e nel 1980 per Gallimard; in Italia è uscito per la prima volta nel 1983 a cura dell’editore Franco Maria Ricci, con la traduzione di Giancarlo Marmori.