Renata trascorre l’infanzia accanto alla sorella e a un fratellino gravemente disabile, la cui condizione, agli occhi delle due bambine, è inizialmente incomprensibile. Tutto ciò che lo riguarda viene definito “speciale”: il passeggino con il reggitesta, le pappe che la madre gli somministra attraverso un’apertura nella pancia, il tubo nella gola, le cannucce morbide, l’aspiratore. La madre continua a parlargli come se avesse semplicemente bisogno di più tempo rispetto agli altri bambini, ma Renata e la sorella osservano che il piccolo resta con la bocca aperta, lo sguardo fisso, le gengive gonfie, la saliva che cola. Intuiscono che non camminerà, non parlerà, non andrà a scuola, non saprà mai essere autonomo. Un giorno Renata prende dalla cassetta degli attrezzi del padre un cacciavite a croce e si avvicina al fratello, mentre la madre non guarda. Gli solleva il body e cerca uno sportello sulla pancia o sulla schiena, convinta di poter aprire il suo corpo e ripararne il meccanismo che, evidentemente, non sta funzionando a dovere, come accade con un giocattolo guasto. La sorella la ferma prima che possa fare qualcosa, spaventata dall’idea delle conseguenze. Le due rimettono il cacciavite al posto e non raccontano mai l’accaduto a nessuno. Poi, un giorno, il bambino non si sveglia più. Rimane immobile nella sua culla, mentre la madre continua a vegliarlo, aspettando che riapra gli occhi. Invece il piccolo è freddo, livido e rigido, e viene portato via. Da quel momento la madre precipita in una condizione di profondo abbattimento. Indossa una vestaglia di panno, smette di lavarsi i capelli e sembra incapace di reagire alla perdita. La nonna interviene prendendosi cura della figlia come se fosse tornata bambina. La porta nella vasca, le lava i capelli, le canta la ninna nanna che le cantava da piccola, le dice che deve farsi forza per le figlie, le mette il balsamo, le districa i capelli con un pettine. Renata e la sorella osservano tutto dallo spiraglio della porta e percepiscono nella madre una sorta di insensibilità nuova, come se, dopo avere provato un dolore troppo grande, non fosse più capace di sentire nulla. La donna rimane in quello stato per quasi un anno. Quando finalmente si toglie la vestaglia, Renata e la sorella avvertono chiaramente che qualcosa è cambiato in lei: anche se ricomposta, è una persona insieme spezzata. Anni dopo, quando le due sorelle svuotano la casa materna e donano molti oggetti ai poveri della parrocchia, ritrovano quella stessa vestaglia, bianco panna con un motivo scozzese azzurro e beige. Decidono di gettarla nella spazzatura, persuase che porti con sé qualcosa di funesto…

Barbara Cortinovis firma un esordio dalla forte impronta psicologica, costruito su una voce davvero originale. È un libro che richiede al lettore di accettare inizialmente qualche zona d’ombra, perché le risposte non vengono consegnate subito. In cambio offre una protagonista difficile da liquidare una volta terminata la lettura e una riflessione attenta su ciò che accade quando il dolore viene visto, ma non compreso abbastanza presto. La storia gravita attorno a una donna che vive come se dovesse continuamente tenere insieme ciò che, dentro di lei, rischia di disfarsi. Renata ama le cose piccole, le abitudini, gli oggetti apparentemente insignificanti, tutto ciò che può essere raccolto, ordinato, custodito. Nel presente lavora come collaboratrice domestica presso una donna anziana, ma il suo passato è legato a una scuola media, dove era bidella e dove aveva trovato una quotidianità che sentiva vicina alla propria natura: stare accanto ai ragazzi, osservarli, raccoglierne le confidenze, cogliere dettagli che agli altri adulti spesso sfuggivano. In quell’ambiente entra anche Alessio, insegnante d’arte, con il quale Renata costruisce un legame che supera l’amicizia e che, a distanza di anni, rimane irrisolto. Ma soprattutto è lì che accade ciò che lei continua a chiamare semplicemente “quel giorno”, una formula con cui tenta di circoscrivere qualcosa che invece continua a invadere il presente. Si tratta di un evento drammatico che rompe per sempre il suo rapporto con la scuola e la costringe a vivere con un ricordo che riaffiora per frammenti, mai tutto insieme. Cortinovis sceglie di non raccontare la vicenda in modo lineare. La storia si ricompone progressivamente attraverso associazioni, immagini, domande, ricordi e parole che ne richiamano altre. La voce di Renata procede secondo una logica profondamente personale, nella quale presente e passato si sovrappongono. Si tratta di una costruzione che richiede attenzione, ma è coerente con una protagonista che non è in grado di affrontare frontalmente il proprio trauma e può soltanto avvicinarlo per tentativi. I colori diventano uno dei principali strumenti attraverso cui Renata organizza la realtà, in quanto contenitori di ricordi e sensazioni. Lo stesso vale per il barattolo del titolo, dove vengono raccolti i mozziconi di pastello ormai troppo corti per essere utilizzati. Renata li conserva, li osserva, attribuisce loro un significato. Quel recipiente finisce così per assumere un valore molto più ampio: raccoglie ciò che rimane dopo l’uso, ciò che sembrerebbe destinato a essere gettato e che invece continua a possedere una storia. È difficile non riconoscervi un riflesso della protagonista stessa, che cerca di dare un posto ai frammenti della propria esperienza. Attraverso le figure di Daniele e Riccardo, il romanzo entra poi nel territorio del bullismo e mostra quanto sia complicato riconoscere il momento esatto in cui una provocazione smette di essere una bravata e diventa una forma sistematica di violenza. Ciò che risalta, nel testo, è soprattutto il sistema di silenzi, minimizzazioni, omissioni e responsabilità distribuite che consente alla situazione di degenerare. Cortinovis parla anche di maternità mancata, lutto, colpa, protezione, amicizia, amore e memoria. Soprattutto, riflette sulla difficoltà di accorgersi del dolore prima che diventi irreparabile.