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Il bosco del confine

Il bosco del confine

“Nel bosco non esistono confini, diceva mio padre. Lo ripeteva spesso come una formula da mandare a memoria, rivelatrice di una qualche verità che avremmo capito solo molto tempo dopo, una volta diventati adulti”. Padre e figlia camminano nel bosco, per loro è un rito. Cominciano all’inizio dell’autunno e proseguono fino a novembre inoltrato. La sveglia è presto al mattino. Calzati gli scarponi e presa la borraccia, qualche mela e un pezzo di cioccolata, sono pronti ad immergersi nel particolare silenzio del bosco. Cercano funghi, osservano le tracce lasciate dagli animali e vagando senza cartina né bussola, rischiano spesso di perdersi. Sono sul Monte Kobilnik in Jugoslavia. La linea di confine nel bosco non è sempre chiara. È il 1979 e qualche volta, durante quelle passeggiate, vedono in lontananza sfilare gruppi di uomini in marcia, diretti verso l’Austria e la Germania. Da qualche tempo sono rimasti solo in due a camminare, il fratello preferisce il mare di Trieste. Specie dopo la disavventura di un faccia a faccia con il kalashnikov di un soldato jugoslavo, per aver superato il confine in Val Rosandra. Schatzi, tesoro, la chiama suo padre. Lui ha una lingua tutta sua tra parole slave e quelle dell’Impero, legate insieme da varie storpiature. Un uomo silenzioso e pieno di attenzioni fatte di gesti, attento all’educazione pacifista dei figli e alle loro inclinazioni. A Trieste c’è chi pensa che dal di là, dalla Jugoslavia, possano arrivare i soldati e mangiare i bambini. Per loro di là significa piste da sci più lunghe e che la neve cade prima. È per questo che Schatzi riceve come regalo per il suo sedicesimo compleanno un biglietto di auguri, c’è scritto Sarajevo – Olimpiadi, è il 1984…

È da qualche tempo che Aboca, oltre che di prodotti fitoterapici, si occupa di editoria. Prima di settore con erbari e ricettari storici, adesso si affaccia alla narrativa con la collana Il bosco degli scrittori. Autori italiani sono invitati a scrivere un romanzo che abbia come figura centrale l’albero. Apre questa collana Federica Manzon con il suo Il bosco del confine, che riporta alla memoria individuale e famigliare, la storia, lo sport, la guerra, fin nei recessi del bosco. La genesi del romanzo parte da un luogo geografico, caro all’autrice: Trieste, le montagne slovene che la sovrastano, la costa dalmata e il Carso con la sua vegetazione tipica a ridosso del confine. È la geografia che determina il modo con cui si costruiscono i rapporti e padre e figlia lo fanno lentamente. Il sentimento poggia le sue radici nel camminare nel bosco, con andatura cadenzata, respirando in silenzio e ascoltando i mormorii della natura. Poche le parole, è con il fare che esprimono i loro sentimenti. Questa delicata figura di padre, che ha radici serbe, racconta poco della vita fatta nel suo piccolo paesino della Jugoslavia, della mescolanza di lingue e di affetti di chi lo ha cresciuto, di cui non ama parlare. Camminando si svela alla figlia. La fluidità dei confini va di pari passo con quella dei ricordi, culminando con il viaggio a Sarajevo per le Olimpiadi. Sarà la città stessa che farà scoprire alla ragazza le origini di suo padre. Le Olimpiadi del 1984 sono state un momento straordinario. Nonostante la guerra fredda tutti gli atleti partecipano. Gli sforzi degli organizzatori sono enormi, l’atmosfera densa di elettricità e l’orgoglio degli abitanti di Sarajevo è alle stelle. In questo paese della Bosnia si affaccia tutto il mondo. I presenti raccontano che era facile girare per le vie e che tutti erano pronti a collaborare per far stare al meglio gli ospiti. La gioia e il divertimento di quei giorni a Sarajevo fanno da specchio a quello che sarebbe successo anni dopo. Il tema dell’agonismo sportivo è molto presente nel romanzo, poche cose sono commoventi come una vittoria olimpica. In un centesimo di secondo bisogna dare il massimo per superare i limiti. Sarajevo è una città che parla: con la sua unicità culturale varia e fresca, con la musica under ground e il teatro. Ci sono più poeti che politici. Questo ha reso il suo assedio così drammatico. Sarajevo ha resistito per la sua cultura, i cittadini l’hanno difesa indipendentemente dall’etnia di appartenenza. I blocchi temporali, le indicazioni dei luoghi sono molto chiari nel romanzo e facilitano la lettura. In realtà il racconto è ripescato dalla memoria della protagonista, che crescendo si è allontanata da Trieste, ma ritorna per venire a patti col suo passato. Nella parte centrale è narrato l’assedio di Sarajevo. Per la Manzon raccontare cose che non si sono vissute personalmente non è onesto. Bisogna affidarsi ai testimoni oculari. Per il romanzo ha scelto di dare voce a Luka, che con il suo blocco di appunti fa una cronaca di quei terribili giorni. Accanto a lui si affianca il suo amico Dragan, amante della vita e degli eccessi, all’apparenza sconclusionato. Sarà la sua cruda visione della situazione a fargli dire che i riflettori internazionali erano “venduti” e che lo sfacelo della fine sarebbe arrivato presto. Capisce e rimane, decide e militarmente lotta. La storia fa il suo corso, i destini individuali la seguono. Bisogna scegliere da che parte stare, attendere, per lui, è un ozio da pacifisti. Il bosco del confine è un romanzo di formazione, tra storia e politica. È una meditazione tra la natura e l’umanità, è un rapporto dialettico tra il bosco e il limite dato dal confine.