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Il buco

Il buco

Irma –compagna di Giacomo e madre di un bimbo, Gaspare – vive a Marsiglia e soffre di tricotillomania, l’impulso irrefrenabile a strapparsi i capelli. Un giorno Giacomo le fa notare che ha un buco in testa: lei inizialmente non verifica, ma sa che tira i capelli in ogni situazione – mentre guida, cucina, parla al telefono – seguendo un sistema rodato. Afferra il capello tra unghia e polpastrello, tira verso il basso e lascia. Ha cominciato nel 1987, all’età di sette anni: all’inizio la madre pensa ai pidocchi, poi compare un’alopecia curata inutilmente, mentre il padre minimizza il gesto della figlia definendolo un tic. Irma, tuttavia, non smette di strapparsi i capelli, anche se prova a coprire il buco che si ritrova in testa. Si reca a Noailles da una parrucchiera afro: tra scatole di capelli veri di ogni tipo, sceglie ciocche mosse e castane simili alle sue e si fa cucire una chioma fitta. Il salone è affollato da donne che bevono latte con la cannuccia, cuciono, pregano, danzano, mangiano pollo con le mani; la parrucchiera lavora parlando con le altre. Irma tiene la chioma cucita tre mesi senza toccare i capelli e si sente guarita, finché incontra Amandine, sommelier della brasserie di Giacomo: tra birre e un’attrazione improvvisa, Irma avverte di nuovo il peso alla testa e ricomincia. Per riempire il tempo, con Gaspare piccolo e Giacomo fuori casa molte ore, si iscrive al Sel de Mars, circuito di scambi: offrendo servizi si guadagnano sardine virtuali. Accumula crediti – cura piante, traduce telefonate, assaggia dolci per una pasticceria – poi nota tra le offerte un clairvoyant che propone rilassamento per fobie e manie. Lo contatta e fissa un appuntamento a domicilio. Il clairvoyant Serge Martin le spiega che la tricotillomania è un disturbo del controllo degli impulsi legato a tensione, tristezza, ansia; le chiede se provi piacere e sollievo nello strappo e Irma ammette che è così…

La protagonista del romanzo di Gessica Franco Carlevero ha trent’anni scarsi, una laurea in filosofia, un figlio piccolo e un vizio: si strappa i capelli. Il buco è la chiazza sull’osso parietale, ma soprattutto il vuoto che l’ha accompagnata dall’infanzia: un padre dissolto nei debiti di gioco, una madre legata a un adolescente, una scuola privata che educa più alla colpa che alla cura. Con Giacomo prova a rifarsi una vita a Marsiglia. Lei scrive tesi per conto terzi e sogna il teatro, lui traduce lettere per un’agenzia matrimoniale. Arriva Gaspare, e con lui la fatica. Il gesto compulsivo ritorna, insieme a un’ansia che la lingua del romanzo registra con precisione dolorosa. Carlevero racconta una generazione che tira a campare più che a compiersi: sogni legittimi, economie fragili, migrazioni interne all’Europa. La trama procede per scene brevi, tagli di montaggio; l’arco non è quello classico del romanzo di formazione, in quanto non c’è catarsi, ma una rotazione di prospettiva: Irma impara a nominare il proprio disturbo — tricotillomania — e a leggerne i grumi emotivi. Non guarisce per sempre, ma acquisisce uno sguardo su di sé che è già trasformazione. Numerosi i punti di forza della storia: una prima persona nervosa e lucidissima, capace di passare dal comico al lirico senza enfasi; una maternità raccontata senza belletto, tanto che la stanchezza, l’amore e l’estraneità convivono sulla pagina; il contesto in cui si muove la protagonista è vivo e profondamente realistico. Carlevero permette al lettore di entrare in una mente affamata di equilibrio ed è abilissima nel far diventare il buco un dispositivo narrativo efficace: ferita, pertugio, spioncino sul presente. Il risultato è un romanzo accurato nel dettaglio sensoriale e onesto nel rifiutare la scorciatoia della redenzione. Si chiude senza squilli di trombe o rivelazioni risolutive, ma con la vibrazione delle storie che continuano a vivere dopo l’ultima riga.