13 luglio, Bosnia Erzegovina. Dopo quasi un anno di lutto Lotte è certa di aver preso la giusta decisione. Le ceneri di suo marito Emil devono essere sparse nei luoghi in cui è nato. È riuscito a sconfiggere il cancro, suo marito, e ha intrapreso il Cammino di Santiago da Compostela per ringraziare Dio. Però, poco prima dell’ultima meta, nei pressi dei boschi di Conques, si è tolto lo zaino dalle spalle, l’ha posato sul soffice muschio, ha estratto un coltello dal fodero, ha gridato il nome della moglie e si è tagliato la gola. Lotte ora ha in mano l’urna di ottone e sta per raggiungere l’ansa del fiume che dista pochissimo dalla casa in cui Emil è nato. Il vero Emil Jukić. Sì, perché ha saputo, da non molto, grazie all’avvocato bosniaco che ha assunto per scoprire come stessero davvero le cose, che del vero Emil Jukić – quello nato in una villetta a metà collina a un centinaio di metri da dove Lotte si trova ora – si sono perse le tracce dall’estate 1995, dopo che una milizia serbo-bosniaca ha trucidato mezzo villaggio ed eliminato tutti i croati di Bosnia e i musulmani. Solo nel 2017 i suoi resti sono stati trovati in una fossa comune e identificati. E allora suo marito chi era?, si chiede Lotte mentre passa il pollice sulle lettere incise nell’urna che ha in mano. Con chi è stata sposata per ventuno anni? Chi è il padre dei suoi figli Stefan e Joran che ora le sono accanto e tengono tra le mani diverse rose bianche? Lotte ripensa alla figura piuttosto tozza del “suo” Emil, ai peli ispidi che aveva ovunque – lei lo ha sempre chiamato “il mio gorilla” – e alla voce divertita con cui amava lanciarsi in battute salaci, che tanto divertivano lei e i figli. Lotte pensava di conoscerlo, ma ora non ha più alcuna certezza. L’unica cosa su cui non ha dubbi è che l’uomo che ha sposato – Emil o qualunque sia il suo nome – è il padre dei suoi figli. Tutto il resto che lo riguarda può essere vero o falso. Ma i ragazzi, per ora, non devono sapere nulla…

La scrittrice Anya Niewierra, originaria dei Paesi Bassi, confeziona un testo che risponde a tutti i requisiti richiesti a un buon thriller psicologico, ma aggiunge alcune caratteristiche del romanzo storico, in particolar modo nelle parti in cui si racconta il difficile e aspro periodo della guerra nei Balcani. Due sono le linee narrative di un romanzo in cui a dominare, oltre all’intreccio e ai personaggi, è l’ambientazione: l’autrice descrive angoli e dettagli del Cammino in maniera talmente precisa e dettagliata da farli risultare reali. Sembra di sentire il vento di cui parla, di avvertire gli odori che racconta, di vedere gli scorci che descrive. Lotte vive in una zona situata tra Olanda e Belgio insieme ai figli Stefan, Joran e al marito Emil, un rifugiato bosniaco. L’uomo, in particolare, guarito da una malattia seria, decide di intraprendere il Cammino ma, poco prima della conclusione del pellegrinaggio, si suicida. Per elaborare il lutto, la moglie e i figli decidono di spargere le ceneri dell’uomo nel suo luogo di nascita, situato tra la Bosnia e l’Erzegovina, appunto. All’arrivo, però, scoprono che nel 1995 è morta una persona con gli stessi dati anagrafici utilizzati da Emil. Solo ripercorrendo il Cammino e tornando negli stessi luoghi in cui è stato il marito, Lotte è convinta di poter scoprire la vera identità dell’uomo che pensava di conoscere alla perfezione e con cui è stata sposata per oltre vent’anni. E mentre è impegnata nel percorso, Lotte ripensa al passato del marito e, soprattutto, dei suoi luoghi d’origine. Il tema dominante, quindi, diventa la guerra dei Balcani, che Anya Niewierra racconta con estrema accuratezza, conferendo un valore aggiunto a un testo adrenalinico, intenso e avvincente. Un intreccio molto ben architettato; un libro interessante, arricchito da una scrittura fluida e semplice, ma allo stesso momento piuttosto vivida e visiva, che aiuta il lettore a entrare nella storia e a viverla con intensità fino alla fine.