Salta al contenuto principale

Il campo delle pere

ilcampodellepere

Alla periferia della città georgiana di Tbilisi, molte strade non hanno nemmeno il nome. Lì non ci sono piazze o fontane che potrebbero attirare l’attenzione dei turisti, ma caseggiati di stampo sovietico, fabbriche e istituti scolastici come la Scuola-Convitto di sostegno per bambini con disabilità mentali, ma che tutti conoscono come la “scuola dei ritardati”. Con il tempo, ai bambini con problematiche intellettive si sono sostituiti orfani e figli di migranti, abbandonati dalle famiglie che non possono più tenerli. Qui i bambini vivono tra il degrado di muri vecchi e pericolanti fino alla maggiore età, dopo di che abbandonano l’istituto per perdersi nel mondo. Alcuni ritrovano la propria strada, altri si smarriscono definitivamente. Tra i più grandi c’è Lela che, arrivata ai diciotto anni, ha scelto di restare nell’istituto. Anche lei come tutti gli altri ha avuto un’infanzia difficile, dolorosa, e ricorda molti dei suoi compagni che sono transitati attraverso la scuola e poi sono scomparsi. In pochi, e per poco tempo, sono tornati a visitare la scuola e poi di loro non si è più saputo nulla. Prima di andarsene da quel posto, Lela sta progettando l’omicidio del professor Vano, vecchio laido e che in passato ha abusato di molte bambine, senza mai pagarne le conseguenze. Lo ucciderà e poi abbandonerà quel posto per sempre, portando con sé solo il sogno di una nuova vita lontano da lì, magari in compagnia del piccolo Irakli, abbandonato della madre partita per la Grecia in cerca di lavoro e che continua a promettergli di tornare illudendo il bambino, che nel frattempo forse verrà adottato da una coppia di americani…

Accanto alla scuola dei ritardati c’è un campo pieno di alberi di pere, che crescono grosse e sugose, ma che nessuno raccoglie mai. La verità è che il terreno dove le radici si nutrono è una specie di palude e le pere sono cattive, anche se belle da vedere. Quel campo sembra quasi una metafora di quella che è la vita dei ragazzi ospiti dell’istituto. Un contenitore che potrebbe dare loro gioia ma che in realtà dentro è marcio, come il cuore del professor Vano. Nana Ekvtimishvili, regista cinematografica e sceneggiatrice georgiana, con il suo primo romanzo torna a raccontare la vita difficile dei ragazzi, come già fatto nel lungometraggio In Bloom del 2013, vincitore di numerosi premi e candidato agli Oscar come miglior film in lingua straniera nel 2014. Tutto il romanzo trasuda rabbia. Quella di Lela per l’odiato professor Vano e per i giovani di Tbilisi come Koba, che la paga per qualche incontro amoroso per poi chiamarla “ritardata mentale”. Quella di Irakli che viene ogni volta illuso dalla madre, che promette e promette di tornare, senza mai mantenere. Rabbia che non ha prospettive, non ha futuro, perché non si può dominare, né curare come una malattia. La vita di questi bambini è marchiata per sempre, per quanti sforzi loro facciano non ne usciranno mai, nemmeno diventando adulti. In questo senso, anche Il campo delle pere è un film che scorre davanti ai nostri occhi. Da lettori diventiamo spettatori, assaggiamo anche noi quelle pere a prima vista belle, speranzose di gusto, che però si rivela amaro come fiele. Una luce grigia, bianca e nera, plumbea, grava in ogni pagina e siamo portati anche noi a provare rabbia e compassione per queste creature incolpevoli, vittime di carnefici invisibili. Segno che il romanzo centra nel segno e, per questo, assolutamente da leggere.